I giorni e le notti suonano in questi miei nervi d'arpa.
Vivo di questa gioia malata d'universo e soffro per non saperla accendere nelle mie parole.

L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo.

...Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d'amore.

Che poi, la mia vita si riassume nella ricerca del piacere, nel suo timore e, soprattutto, nell'insoddisfazione degli intervalli.
Il problema, spesso, è la durata dell'intervallo.

Pause Play

Del ricordarsi di scrivere

Il fatto che oggi sia il quattordici giugno è il motivo per cui mi viene voglia di scrivere due righe. E’ detto tutto.
Quando la spinta a scrivere sono emozioni e riflessioni triturate di diciassette anni prima significa che nel tuo presente non c’è un cazzo di niente a suscitartene di nuove. Che quel passato ha nidificato dentro te, ha proliferato e nulla ha saputo guadagnarsi nuovo spazio a spallate ben assestate.
Il silenzio è dato anche da questo. Non coltivo più il pudore delle emozioni, del dolore, del rimpianto, del rimorso. Ho pudore del mio niente.
Come si fa a spiegare che non c’è niente?
Come si spiega una sospensione passiva nel tempo e nello spazio che si mantiene stabile nel tempo e nello spazio?
Ecco. Io farei proprio la faccia che stai facendo tu.
Pertanto mi fermo.
Rivendico il mio diritto all’oblio, a sentirmi apatica, a credere con convinzione che nulla cambierà e a detestare chi mi blandisce sussurrando andrà meglio.
Adesso è uno schifo. L’adesso è quello che conta e non conta niente.

[a chi passa, quando passa, un bacio]

Dei superpoteri

La gente ha delle belle pretese.
Pretende delle condizioni ben precise per restare al tuo fianco.
Ti vuole disponibile, propositiva, comprensiva, grintosa ma non aggressiva. Vorrebbe che tu incassassi i colpi come Rocky IV ma reagissi come Madre Teresa. Che avessi il passato di Philip Pirrip (anche se non ha la minima idea di chi sia…) ma il futuro di Mark Zuckerberg. Che ti tocchi una sorte traballante ma ti sostenga la forza di volontà di un maratoneta keniano. Che tu taccia nei momenti negativi ma abbia l’eloquio di Cicerone quando devi intrattenerla nei momenti di condivisione della sua, di negatività. E che, soprattutto, tu abbia una vocazione mariana all’ascolto della temporanea felicità pret-à-porter con cui sale in passerella.
La gente crede che siamo praticamente tutti idioti o praticamente tutti ignoranti come capre, perché la gente dimentica che, se da un lato l’esperienza insegna dall’altro spesso segna. E non tutti rientrano nel novero delle capre che non hanno memoria del giorno precedente ma solo del contesto momentaneo che riconoscerebbero qualora si ripresentasse. Non tutti si alzano al mattino ripuliti delle scorie del giorno prima, non tutti si inventano un miracolo supplementare o si affidano all’avvizimento della ragione sorridendo -beoti- del loro sorriso. Eh no.
In un mondo piccolo piccolo si fa presto a dipingere le pareti, rassettare compulsivamente quattro mobili, guardarsi allo specchio e non vedere niente di più. Grande fortuna possedere un mondo piccolo piccolo, che sia dentro o fuori dalla scatola cranica.
Ahimé non mi è stato concesso in comodato d’uso.
Il mio mondo è scarsamente popolato ma è vastissimo, a perdita d’occhio vedo praterie che manco nel West dei primi coloni. Sento la mia eco quando urlo e piango o chiamo senza sosta qualcuno che non arriva. Ho una bussola rotta in mano e nelle tasche, pur frugando, non trovo soluzioni brillanti da mettere in pratica, svelta, perché la gente mica può perdere tempo.
Dall’alto della mia sovrana indolenza vi dirò: ho terminato sia i fiammiferi per il mio buio che le scuse per le ombre degli ipocriti.

Duemilasedici

Dunque.
Dal momento che il mio sarà un Capodanno casalingo il cui unico, pressante bisogno sarà scandire i secondi che mi separano dal suo termine, trovo qualche minuto per scrivere un paio di pensieri sparsi e, probabilmente, scarsi nei contenuti.
Partiamo col dire che non ho un solo motivo per ringraziare l’anno che sta terminando se non che gli sono sopravvissuta e tanto mi basta. Potevo trascorrerlo in crioconservazione e al mio risveglio non mi sarei accorta di nulla, anzi, magari avrei avuto meno occhiaie e bruciori di stomaco.
Non sto ad elencare i motivi per cui non rivolgo gli occhi al cielo carica di gratitudine o non invio messaggi spiritosi il cui unico scopo è, di fatto, rompere i coglioni al prossimo mentre festeggia gaudente, lui sì.
Quindi, stringendo le fila, provo ad abbozzare un timido augurio per l’anno che verrà e che possiede ancora, in sé, la straordinaria capacità di potermi smentire dimostrandosi degno di essere vissuto.
A chi mi legge auguro salute e serenità.
Portate pazienza se è un augurio da vecchia zia Abelarda ma credo, a buon titolo, di aver raggiunto un’età in cui i soldi, i giri di giostra, l’assorbimento in un lavoro che crea più grattacapi che soddisfazioni, siano puro corollario ad una vita decente.
Viaggiate, se potete. Condividete, quasi sempre. Leggete, tanto. Amate, se riuscite. Nel caso in cui non troviate un cristiano meritevole, scegliete un animale e non sarà un sentimento “a perdere”.
Infine, non arenatevi nell’illusione che il meglio debba ancora venire: abbiamo quasi tutti più passato che futuro, fateci un pensiero onesto.

Buon duemilasedici (che è bisestile ma voi fate finta di non saperlo, ok?)

Degli inviti

Ho bisogno di tutto, anche di ciò di cui non ho bisogno.
Ho bisogno di tutti, anche di coloro che i loro bisogni li hanno appaltati a me.
Da dove venga ancora tutto questo spazio vuoto da riempire a casaccio pur di sentirmi piena, non lo so.
Come sono permeabili le frontiere umane quando la carestia si fa più pungente… Sguardi lanciati come pastura, una telefonata in cui si calibra il tono, la speranza di accendere un camino in compagnia.
Perfino io, che difendo i sacri limiti delle mie acque territoriali con forza, sempre, devo riconsiderare quel sempre e dichiararmi disposta all’invasione.
L’inverno è lungo ed io sarei disposta a cimentarmi in pigolii seducenti e gorgoglii allusivi, se servisse.
Pur non essendo mai stata una gran seduttrice rischierei volentieri il ridicolo, adesso.
Per solitudine. Per la voglia di gridare. Di tornare da qualcuno. Di sciogliermi i capelli e saziarmi di un silenzio complice.
Il mondo vuole vedere sorrisi perché il sorriso è la speranza dipinta sul volto.
E’ d’obbligo far credere di non cedere allo sconforto, anche se il gioco della verità è difficile e l’esito della recita è incerto.
Io ci provo. Espressione distesa, fronte liscia, dentatura smagliante: la fisiognomica dell’accoglienza.
Entrate nella mia stanza vuota, riempitela, e prometto che fino all’Epifania non mosterò i canini.

Dei dietro front

Questa sera avevo un appuntamento.
Uno di quelli a cui mi affido senza troppe aspettative, ogni tanto. Persone conosciute on line, capiamoci.
Non ho amici che possano farmi conoscere persone nuove. Non ho nemmeno conoscenti che possano presentarmi persone nuove. E non so ammiccare per strada a persone nuove. Ergo, la rete resta l’ultima spiaggia, nel vero senso della parola. Nella rete trovi di tutto, come quando si fa pesca a strascico -mica per niente l’hanno proibita-.
Insomma, avevo un appuntamento con una persona carina che sta aspettando da giugno che io abbia la forza, l’umore, lo slancio di incontrarla.
Ho disdetto.
Non riesco nemmeno a stupirmi di snobbare l’ultima spiaggia. Niente da fare.
Sto seriamente preoccupandomi del fatto di non trovare più un uomo interessante, di non soffermarmi a guardare un volto più di un attimo, di mormorare …però! Mica male.
M’annoiano i discorsi impegnati. M’annoiano le frivolezze. M’annoia la liturgìa del corteggiamento e anche la frettolosità disincantata.
Non faccio nemmeno paragoni con l’avvocato perché, alla fine, tutto questo fascino e questo carisma mica ce li aveva: i superpoteri glieli attribuivo io, scema.
Se non filtro la realtà con la fantasia di chi ci spera ancora mi rendo conto che nessuno è come io desidero.
E stasera ceno a casa, con la mia realtà.

Stra-ordinaria.

È brutto scriverlo ma è la conseguenza di un brutto pensiero e quindi lo scrivo.
Non ci faccio una bella figura, di quelle che sogni di fare quando ti riscatti nel tempo e da una delusione ne esci fortificata, più consapevole e serena. Non rientro nel novero di coloro che possono dire la miglior vendetta è essere felice più di prima. No. Io non sono così.
Io non mi sono ripresa.
Non conduco un’esistenza normale da più di un anno. Ed è inutile che elenchi cosa non faccio più: prendete una vita ordinaria, al limite del banale, togliete tutto quello che la rende tale ed avrete una vita straordinariamente insopportabile come qualla che sto vivendo.
L’avvocato mi ha frantumato ed io sono rimasta coi cocci in mano. Li guardo, li rigiro e non so cosa farne. Io, di me, non so più che farne.
Donnicciola.

Dei gne-gne-gne

Credo di essere in fase di regressione.
Non spero più in un amore travolgente, un amante appassionato, il cuore nel cuore di qualcuno.
Sento il bisogno di abdicare a me stessa perché la stanchezza ha vinto.
Sono tornata bambina, con le esigenze e le pretese di una bambina.
Voglio un uomo che si preoccupi per me. Che mi dimostri costantemente affetto, pensi al mio benessere prima di ogni altra cosa, rinunci ad un piacere per il mio, faccia sacrifici, mi vizi, magari mi mantenga.
Egoismo infantile senza filtri, dichiarato.
Sono una spugna secca, non posso più essere strizzata. In queste condizioni la sola persona che possa avvicinarsi a me è un masochista votato al soccorso o un uomo talmente strutturato, realizzato e risolto da non avere problemi a dare a fondo perduto.
Non avrei mai pensato di avere bisogno di cure più di quanto ne avessi di darne ma l’ultimo anno mi ha schiacciato come un chicco d’uva. Mi sento una profuga della vita.
C’è da vergognarsi a sentirsi così?

Dei silenziosi transiti.

Domani è il mio compleanno.
Non scrivo più. Tutto quello che avevo da buttare fuori, a livello verbale, l’ho buttato fuori. Non con l’Avvocato. Non con amici. Non con famigliari. Con voi.
Resta la rabbia dentro. Una rabbia che mi ha portato ad avere uno stato di salute singhiozzante. Infiammazioni a livello generale: tutto quello che ha suffisso -ite io ce l’ho, e non sto a fare l’elenco, ché mi sembra di stilare un certificato anamnestico di una che di anni ne deve compiere 71.
Non ci sono novità.
Non c’è nulla di cui parlare.
Passo per dire che leggo le mail e i commenti, che ci sono, insomma.
Spero che voi stiate bene, che stiate trascorrendo un’estate rilassante e serena nonostante questo tempo impietoso. Io resisto, spero sempre di trovare qualcosa per cui infiammarmi in senso positivo e vi abbraccio. Non troppo stretti ché si suda.
A presto.

Di questo anno

I giorni che diventano settimane che diventano mesi e raggiungono l’anno.
Un anno esatto dal primo maggio duemilaquattordici.
Un anno che non ti vedo né so nulla di te, di quello che fai o sei diventato o rimasto. Io, incredibilmente, sono qui che ricordo. Mi ricordo le cose ma non ricordo più le sensazioni che fanno provare.

Il piacere di farsi fare un regalo. Dimenticato.
Sentirsi dire ogni tanto “ci penso io, tranquilla”. Dimenticato.
Respirare l’aria salmastra del lago e dare da mangiare ai germani e alle folaghe. Dimenticato.
Passare ore al telefono raccontandosi il futuro e conciliare il sonno. Dimenticato.
Il piacere di programmare qualcosa insieme a qualcuno (una visita al museo, una passeggiata, un gelato, il niente sul divano). Dimenticato.
Avere un’Amica che si preoccupa per la mia salute e non solo per la mia serenità. Che si presenta sotto casa e ti dice “dai, scendi, che ti porto a bere una birra”. Dimenticato.
Portarsi costantemente la macchina fotografica in borsa perché tanto c’è sempre qualcosa di bello da fermare nel tempo. Dimenticato.
Guidare veloce e sentirti cantare a memoria le canzoni stupide degli Oliver Onions perché amavi i film con Bud Spencer e Terence Hill. Dimenticato.
Allungare una mano e trovarne una che ti afferra e stringe forte. Dimenticato.
Il piacere di entrare in una delle ultime videoteche al mondo, scegliere quattro film, ordinare giapponese e passare la notte a tentare di star svegli per commentare le cazzate scelte. Dimenticato.
Tu che corri senza fatica in Parco Sempione ed io che arranco dietro pur di vederti felice. Dimenticato.
Io che ti paragono ad un iperattivo jack Russell e tu che rispondi tu invece sei un cane pastore, hai l’istinto di accudimento. Dimenticato.
Delegare ogni tanto una decisione, una scelta, perché tanto ti fidi. Dimenticato.
Sentirsi fare una proposta di convivenza sotto la minaccia di pizzicotti se ne avessi riso o non creduto. Dimenticato.

Riesco a vivere senza niente.
Senza uscire, sorridere, dare fiducia, fare del bene o del male, costruire, aspettarmi un abbraccio, comprensione, amore, sesso, parlare con qualcuno, progettare qualcosa, credere che questa sia una vita.
Se pensate che l’amore nuoccia gravemente alla salute provate con la solitudine. Poi ne riparliamo.
Buon primo maggio.

L’importante è la salute.

Sono incazzata nera.
Non sono più solo triste, risentita, vilipesa. Sono incazzata e me ne frego di quel che verrà fuori scrivendo ma nemmeno lo voglio rileggere, tanto mi seguite in quattro.
Esami approfonditi del sangue fatti -dico io, dopo l’anno che ho passato vado pure a cercarmele- perché fare prevenzione è intelligente ed io faccio sovente la cosa giusta, no? Auspicavo un po’ di colesterolo in sovrabbondanza, colpa dei dolci che mi tengono compagnia tanto quanto il gatto. Nulla più.
Residuo di un rantolante ottimismo.
Colesterolo molto elevato ma transaminasi alle stelle. Io con le transaminasi di un alcoolista?? Cos’ho? Epatite? Cirrosi? Tumore al fegato? Non fumo, non bevo (bevevo quando avevo una vita sociale e mi invitavano a cena: illo tempore) non trombo nemmeno più, cazzo.
Il medico curante è perplesso. Iniziamo con un’eco al ginocchio ed esami delle urine per vedere se i reni sono sovraccaricati per il mancato assorbimento del calcio da parte del fegato, poi si vedrà. Si vedrà. Tanto la pellaccia è la mia.
Vitamina D a 4,3… Roba che manco una settantenne con l’osteoporosi che sverna a Varazze si ritrova con valori di questo tipo. Integratori e ulteriori esami perché la spalla ed il ginocchio dolgono più che mai. Faccio due rampe di scale in sette minuti con le lacrime agli occhi. Rischio lo sfilacciamento delle cartilagini. Anche.
Un involucro vuoto e fragile come l’argilla che si trascina per il mondo.
Ingollo pastiglie, polveri, compresse, tavolette energetiche e vitaminiche come se pesassi quaranta kg e invece sono gonfia e pesante come una spugna bagnata.
E stanca, stanca, stanca.
Definitivamente stanca, ma con le labbra rosse, eh!

redddd

Rossettando.

Cavoli, sono passati quasi due mesi e siamo praticamente ad ottobre!
Come passa il tempo anche quando lo si passa perché lo si deve far passare.
Ieri sera ero a cena con una persona conosciuta su un social network (mi sono ripromessa di uscire almeno due sere al mese) e, manco a dirlo, sono tornata a casa piangendo con l’impulso feroce di comporre il numero dell’Avvocato. No, non l’ho fatto. Non l’ho manco perdonato come speravo che il tempo mi concedesse di fare.
Passi avanti? Non se ne parla. Telefonate e doni / piacevoli serate / giovani donne in tiro / al giovane uomo tira / tutti tirano alla grande. / Innocue storiette / d’amore innocuo (cit.) Almeno concludessi.
Ho una nuova compulsione: quando sono nervosa, triste o arrabbiata esco e mi compro un rossetto; risultato: ho cinquantasette rossetti che non uso perché non esco mai però apro il cassetto e sorrido del mio piccolo, inutile tessssoro.
Da qualche parte esiste qualcuno che mi immagina e proietta in uno spettacolo privato ed esclusivo. Devo solo conoscerlo.
Intanto oggi compro un altro rossetto. E via.

Dei Natali a Ferragosto.

Non è Natale.
E’ Ferragosto, fa caldissimo e non esco di casa, solo così posso sopportare le prossime settimane.
Il dente del giudizio è stato tolto. Questa è la notizia degli ultimi sei mesi.
Ieri ho incontrato un amico al supermercato che ho fatto finta di non vedere ma lui ha visto me. Mentre trafficavo con le borse mi ha chiamato per nome e mi ha fatto uno strano effetto perché non sento quasi più pronunciare il mio nome fuori dalle mura di casa.
Mi ha chiesto di poter bere un caffè con me, gli ho detto sì, così mi racconti come stai. Lui sta bene, ormai è praticamente sposato e gli bastano i tre figli delle sua compagna. Io gli ho detto che aspetto qualcosa: un evento naturale, una malattia, la fine del mondo, qualcosa. Mi ha fatto una carezza e mi ha abbracciato, con calore, con verità.
Ho pianto al supermercato, giusto per ribadire che non sono proprio stabile ed equilibrata. Ascolto l’anima vola, l’assenza, mimì sarà, sally, la cura, perché se quelle parole sono state scritte per qualcuno, sono state scritte anche per me ed io ne voglio un pezzettino per resistere fino a domani. E poi ancora domani.
Non ho altro da dire.
State bene e passate questo Ferragosto in serenità con chi amate.
Ci vediamo a settembre.
Baci sparsi ma mirati.

Dei Non.

Il 2014 sta per terminare.
Non ho un solo ricordo che risalga a dopo il primo maggio.
Non ho viaggiato. Non ho letto. Non ho praticato sport né visto una singola mostra. Non ho, in soldoni, costruito nuovi ricordi e mi sono aggrappata a quelli vecchi per addormentarmi la sera. Non ho conosciuto persone nuove e quelle che sono transitate per brevissimo tempo, per carità.
Non ho quasi più scattato foto, scritto lettere e biglietti da lasciare sotto il cuscino, inventato ricette. Non sono nemmeno fioriti i girasoli.
Non ho atteso perché inutile, non ho sperato, cercato, scoperto interessi che mi strappassero dalla ragnatela del passato. Non ne vengo fuori.
Non so cosa darei per svegliarmi e dimenticarmi di chi sono e di cosa non sono più capace.

Sto mediamente “qualcosa”.

Una volta non avevo problemi a mostrare i miei sentimenti, anche se ero e sono timida; che fosse amore, paura, preoccupazione, speranza, talvolta aggressività.
Negli ultimi mesi ho scoperto che una cosa l’avvocato me l’ha lasciata, una sola. Il terrore di chiamare qualcuno per condividere quello che sento, per timore di infastidire, di non essere capita, di essere -peggio- allontanata.
Si può togliere di più ad una persona che il consapevole valore dei suoi sentimenti??
L’ho sentito per mail perché il puntiglio di arrivare al nocciolo delle questioni mi è rimasto e mi sono sentita dire “a me serviva e serve una donna forte e in te non ho visto questa forza”.
Ora, chi mi legge e sa potrebbe dire che sono partita a spron battuto, percorso la Milano-Genova e, una volta giunta sotto il suo studio, aspettato con una clava in mano per vederlo uscire e riempirlo di bastonate sulla testa per abbassarlo di quei cinque centimetri che lo porterebbero di diritto nella categoria dei nani.
E invece no. Mi sono iscritta ad un sito di incontri. Io? Sì, io.
Dodici incontri in due mesi. Una Caporetto. Io non sono più io; coltivo il sospetto, metto in dubbio ogni parola, ho il terrore di essere un passatempo, una sfida, un gioco. Belli, brutti, poveracci e intelligenti. Idioti e ignoranti, astemi (!!) vegetariani (!!!), insomma, di ogni. Sempre con quella stramaledetta sensazione che niente fosse autentico.
Adesso sono alle prese con un sabaudo bello, alto, ricco, risolto, sempre sorridente, sostenitore che la vita te la crei tu, che la fortuna gli ha sempre arriso e vuole approfondire con me. Ed eccola la vocina: come stanare la magagna?? I tempi sono troppo veloci? Finirò per essere la ragazza del fine settimana -tremendo deja-vù? Come rintracciare la verità? Nel fatto che è stato volontario al telefono amico per dieci anni e ha fatto volontariato per altrettanti lustri?
Non ha nemmeno mai convissuto ed io sabato dovrei andare da lui e fermarmi lì così vediamo come va. Eh già, ottimo approfondimento.
Potrei prenderla alla leggera e chissenefrega. Invece no. Se elenco i motivi per cui non dovrei andare finisco domani….
Sbaglio?
E se sbaglio, dove?

Quasi Ferragosto

Se non fosse per l’odiosa piscina privata accanto a casa mia mi parrebbe di stare su Marte.
Quasi tutti sono scappati lasciandosi alle spalle le nubi scure e tentando di correre più veloce della perturbazione, un po’ come il povero, nevrotico Furio.
Io sono qui, tutta l’estate nella mia stanza, perfino il suono della mia voce mi risulta insolito.
La mente fissata sul ricordo, su certi piccoli fotogrammi: l’avvocato che mi cammina incontro, che mette la scatola nel baule, che non alza lo sguardo.
Quel momento si è depositato dentro di me, una scena che si è trasformata in un punto dolente annidato in fondo allo stomaco.
Una sorta di somatizzazione che mi fa male costantemente.
Non compro più la stessa marca di pasta, le stesse patatine, non indosso più i suoi sandali preferiti, annuso il cappellino da baseball che tengo nel cassetto accanto al letto.
La notte è lunghissima. I giorni sono lunghissimi, eppure sembra ieri che gli tenevo la mano mentre guidava, portava la mia alle labbra e schioccava un bacio.
Era ieri, è adesso. Non possono essere passati quasi cinque mesi, di silenzio e vuoto. La sua voce è qui, l’odore è qui, l’inganno è qui.
Quanto sei stupida, Cris, quanto poco vali se tutto quello che desideravi era valere per un uomo che non ha valori.

Dei regali di compleanno (spedita)

L’altro giorno ho riflettuto molto se sia più sano fare quello che ci si sente di fare o farlo solo se quell’azione avrà un risultato. Ho deciso di fare quello che mi sento di fare, conscia che non cambierà di una virgola la situazione che sto vivendo.
Mi sono ammalata, sai?? Assumo farmaci, tremo di notte, quando non dormo, soffro di labirintite.
Dicono che quando una persona ti ama ti lascia migliore di come ti ha trovato.
Questo è quello che hai lasciato tu, col tuo menefreghismo, andando a scopare al lago con la prima zoccola che ti è capitata e scrivendo a me che dovevi stare solo a riflettere sulla tua misera condizione di uomo che non sta bene con se stesso. Che una donna sarebbe stata un piacevole palliativo ma tu, no, tu dovevi stare con te stesso e capire, trovare la soluzione per quel merdoso lavoro che, diciamolo, riesce a svolgere bene solo chi sa mentire bene, anzitutto con se stesso. Non ti è uscito un solo “come stai? Posso fare qualcosa per te? Hai ripreso qualche contatto con le persone dopo che ti ho scaraventato fuori da una vita che era anche tua??”, no. Sono stata io a scriverti un sms per sapere come andasse col fantomatico psichiatra.
Tu non uscirai da nessun tunnel perché non sei in nessun tunnel.
Mi hanno chiesto perché ci siamo lasciati. Se avevamo problemi di coppia, se litigavamo -mai una volta-. No, il problema eri tu, io stavo diventando la ragazza del fine settimana e tu avevi capito che dopo quasi 2 anni (non 4 mesi) la situazione stava precipitando in un cul-de-sac. Hai smesso di amarmi come prima, hai detto, forse sì, forse no, non mi hai spiegato perché. Cosa ho fatto, cosa non ho fatto. Dovevo sgambettare di più in parco Sempione, scopare di più (la media mi pare fosse ottima) capirti di più, piacere a mammà, cosa accidenti dovevo fare?? Avevi già un’altra, tu che non tradisci mai???? Chissà, ho pensato le peggiori cose e tutte potrebbero essere valide perché tu non hai parlato, non hai il coraggio della verità, né la sensibilità per preoccuparti delle persone che ti sono accanto.
Quante bugìe, quante schifosissime omissioni, quanta mancanza di rispetto per chi ti ha dato tutto.
Io sono malata, adesso, sto peggio dei peggiori momenti che ho vissuto anni fa e questo per colpa tua, perché io ti ho creduto e tu mi hai strumentalizzato.
Mentre scopi random per depurarti l’anima dal passato e far finta che non esista ricordati che nella vita ci sono valori che (anche se non ti sono stati insegnati in famiglia) sono importanti e imprescindibili come il rispetto, porca troia, il rispetto e la premura per il prossimo. Il sentimento si coltiva anche nei momenti difficili e non si prende a calci nel culo perché da fortunato meneghino stai affrontando la prima crisi della tua vita con i soldi e le soddisfazioni lavorative.
Il modo in cui i miei occhi ti hanno guardato l’ultima volta che ci siamo visti, li ricordi??? Spero ti perseguitino per tutta la vita, qualunque cosa accada di me o di te, povero inetto ai sentimenti.
Non ti perdonerò mai, machissenefrega, l’hai già fatto tu, no?

Cris (Cris chi??)

Tre mesi e mezzo

Qualcun’altra dorme nella casa del lago e si risveglia placida fissando il putto di bronzo ancorato al muro.
Non so se dia da mangiare ai germani ed ai cigni ed innaffi le piante. Non so se sia la prima a preparare la colazione di mattina. La vita va avanti, il palcoscenico è il medesimo, la mia bocca si storce in una smorfia di reale disgusto.
Piango meno , o meglio, non piango più di quei pianti disperati di cui sono solo capaci i bambini più insopportabili.
Dopo mesi di dosi massicce di psicofarmaci il mio pianto è come la preghiera serale, silenzioso, puntuale, definitivo. Perché adesso si sta facendo avanti la rassegnazione. Dio, quanto ho tentato di tenerla lontana, aspettavo un cenno, un messaggio, un ripensamento, niente. Dopo tre mesi e mezzo adesso non lotto più con la speranza. Di niente.
Così sto, così starò, e se starò peggio di così vedremo il da farsi.
Tra qualche giorno, a Barcellona, nasce il primo nipote dell’Avvocato; avrei tanto voluto vedere se anche in quegli occhi ci fosse la luce perfetta della cattiveria. Forse adesso la riconoscerei. Chissà.

Di prima e adesso

Poco più di due mesi.
La mia testa è una bobina che si srotola ed arrotola per rivivere ogni momento e non dimenticare nemmeno dove era posato il sale nella casa del lago. Il mio lago, col porticciolo che cigolava di notte e l’acqua che ti svegliava la mattina col riverbero del sole tra le persiane.
Non esco. Non parlo. Non lavoro. Ho fortissimi attacchi di panico e tremori dovuti ai farmaci, presumo. Di notte mi sembra di scivolare giù giù nel lago e addormentarmi tra le alghe guardando le ombre dei cigni e delle folaghe che disegnano rotte morbide sopra di me.
Non c’è altro.
Poco più di due mesi e non so cosa sarà di me nemmeno tra cinque minuti.

Della resa

E’ giugno solo perché ieri era il quattordici e nel mio cervello uno spillo me lo ricorda con precisione, anno dopo anno.
Potrebbe essere ottobre, gennaio, agosto.
Il comodino. Sopra ci sono l’acqua, il bicchiere, fazzoletti di carta, tanti, alcuni usati, altri pronti per essere usati, il cellulare che figurati se suona. Un burrocacao. Venlafaxina, lorazepam, En per dormire. Se ci fosse una bella bottiglia di brandy e un blister di paracetamolo sarebbe tutto risolto.
Lo dico senza voler creare allarmismo, tanto chi s’allarma? Non vedo, non sento, non parlo più con nessuno.
Faccio qualche doccia, mi accrocchio i capelli e resto sul letto tentando disperatamente di dormire tra un pianto e l’altro. Esci, mi dicono. No, perché quando esco vedo la gente felice e la odio ed ho la strana sensazione che la gente percepisca in me la malattia della tristezza e le persone tristi vengono scantonate abilmente.
Alcuni perfino si indispettiscono: vigliacca, pusillanime, debole donnicciola.
Chissenefrega.
Penso a Libra. Libra è qui con me, adesso la capisco senza essere ammalata, senza avere una diagnosi di schizofrenìa io Libra la capisco. Arrivi ad un certo punto senza niente e ti dicono che la vita è bella perché ci sono i tramonti, i libri, le mostre d’arte e le montagne… Mavaffanculo i tramonti, i libri, le mostre d’arte e le montagne.
Io volevo la mia casa, il mio compagno, volevo prendermi cura di qualcuno, il mio scomodo divano, le piastre ad induzione che odiavo tanto, il sushi del sabato.
Non voglio viaggiare, non voglio vacanze, non voglio compassione, non voglio nemmeno l’ennesimo analista a cui raccontare tutto daccapo. Non voglio più niente. Non esiste più niente.
Fatemi dormire e levatevi dai coglioni. Magari non mi sveglio.

Dei grandi Boh.

Ok, ci sono.
Dopo una massiccia somatizzazione dell’elogio della fuga che manco Laborit, do notizie di me.
Sono rientrata in possesso delle mie poche cose racchiuse in uno scatolone, le ho messe nel baule della macchina e lì le ho lasciate. Fare una cernita, adesso, impensabile.
Per il resto mi sono espropriata di tutto ciò di cui, invece, avevo bisogno. Un reale sfogo, un ceffone ben assestato, la rabbia, urlare. Mi sono seduta sulla panchina sotto il tiglio e ho pianto di quei pianti rassegnati, inerziali, quelli che sono l’ultima cosa che puoi fare uscire perché tutto il resto lo hai già dato sotto ogni forma possibile.
L’avvocato, seduto a terra, aspettava che lo liberassi dalla presenza ingombrante della sua vergogna: la mia persona.
Resta una domanda, pericolosa. La domanda è terribile. Fluisce sull’asfalto, sul pavimento. S’affigge alle pareti, s’arrampica sui tronchi degli alberi. Si rannicchia alta sul soffitto. S’impadronisce d’ogni sguardo e si incolla ai frammenti di ogni ricordo.
In questo momento il mondo diventa un immenso punto interrogativo.
Ne è valsa la pena??