Per i pochi -pochissimi, presumo- che talvolta passano e affettuosamente o solo curiosamente si chiedono come io stia.
Sono settimane che penso a quanto avrei da raccontare, a quanti pensieri abbia omesso di scrivere per semplice pudore o incapacità sopraggiunta di sintesi. Ci proverò, presto.
Per il momento scrivo che sto bene. Bene davvero, intendo.
State bene (?).
E siamo quasi a Natale.
Non sono tipo da auguri, nemmeno da festeggiamenti e sorrisi stampati sul viso.
Non l’ho mai vissuto in modo convenzionale e spero di continuare a viverlo così.
Ho imparato a non fare bilanci perché troppo spesso non sono finita nemmeno in pareggio e ho perso l’abitudine a fare numerosi progetti e coltivare smodate speranze.
Però.
Però arrivo alla fine di quest’anno stanca ma felice e non perché mi sia impegnata particolarmente, anzi. Quando mi sono impegnata, profondendo tutte le energie che avevo, ho raccolto sassi. Pietre dure e sterili che mi hanno zavorrato e portato a credere che, no, per me non era destino che qualcosa andasse per il verso giusto nemmeno se mi fossi comportata a modino.
L’insegnamento di quest’anno potrà sembrare discutibile a molti di voi ma per me è stata una folgorazione.
Il concetto di merito, nei rapporti interpersonali, non esiste.
Si viene amati a prescindere da quanto buoni e comprensivi e intelligenti e simpatici e belli si sia.
L’amore accade.
Magari resta e cresce per motivi validissimi ma perché irrompa nella nostra vita non è dato –né si deve- saperlo. L’amore che si adopera per essere amato piange su labbra appassite ed i suoi desideri vengono abbandonati sotto una mietitura di tristezze.
L’amore è un tiranno che non si lascia tiranneggiare.
La naturalezza con cui si dispiega nelle nostre vite è l’unica prova della nostra impotenza a gestirlo e facilità nel viverlo.
Oggi, che nella mia vita non sto faticando per meritare l’amore che è arrivato, adesso che lo vivo mantenendolo vivo, l’ho capito.
Non c’è molto altro su cui nutro certezze, e va bene così.
Intanto siamo quasi a Natale.
Natale dovrebbe essere legna che arde nel caminetto, profumo di resina di pino e di vino, ghiaccio che inazzurra le strade, larghi sorrisi, bei ricordi e amicizie rinnovate. Ma, se questo manca, basterà l’Amore.
Ecco cosa vi auguro.
Sbuccio un mandarino e metto le bucce sopra il termosifone.
Mi ricordo quando era mia nonna a metterle sulla stufa, nel periodo di Natale.
L’unica nonna che ho chiamato nonna, vissuta con la consuetudine di mangiare la gallina bollita e una scaglia di parmigiano solo la domenica.
Mangio il mandarino e ti penso, Libra.
Talvolta mi sembra che dal Natale del ’96 non sia trascorso un solo giorno… Ascoltavamo Così celeste sulla tua Renault 5 con la quale avevamo macinato ventimila chilometri in due anni.
Non era ancora arrivato il tempo di Chance né di Pier. Non era il tempo d’altro se non della musica e delle serate a ballare e della scelta dello smalto per unghie.
Pattinavamo sulla neve con le gomme quasi lisce e accendevamo il camino in casa prima di cucinare gli spaghetti che tu salavi sempre troppo. Mangiavi pane e miele prima di andare a letto e portavi sempre un pacchetto di crackers e qualche cioccolatino in borsa perché con questo freddo si brucia di più.
Mi manca la Libra che ho conosciuto, non quella che se ne è andata.
Chi sceglie di andarsene non è né pavido né coraggioso: è stanco di soffrire o è malato, e tu eri entrambe le cose.
Però quel Natale e quel Capodanno me li ricordo nettamente.
Nessun attacco di panico, sussulti nella notte, pianti e rimpianti a nastro.
C’era solo la voglia di immaginare come sarebbe stato domani. Tu, selvatica, contraria al matrimonio, refrattaria alla maternità, tesa alla scoperta, sempre in movimento.
Io, stanca di muovermi, chioccia, desiderosa di punti di riferimento, stanziale.
Mi guardavi e ridevi perché quella piccolina ero io: nove anni in meno e una testa già da quarantenne.
Non avrei mai voluto sentire, lustri dopo, che avevi sbagliato tutto, che non avevi saputo riconoscere il valore delle cose, che avevi buttato la tua vita; gli occhi spenti, il sorriso contagioso di chi ha sofferto tanto. Eri molto bella vestita dei tuoi sbagli, sai?? Te l’avrei detto se ci avessi creduto.
Adesso che sbuccio mandarini e ascolto Così celeste vorrei tanto parlarti e dirti che resistere, tavolta, viene premiato. A me è successo. Mi piacerebbe dirti che il riscatto non è concesso a tutti ma che mi sarebbe piaciuto tu potessi sperarci, che adesso festeggeremmo il decimo compleanno della figlia di Hawk che ogni tanto si ricorda di te e dei tuoi occhi spenti. Lei è arrivata dopo, non sa.
Quando te ne sei andata perfino io ed Hawk, così unite, ci siamo allontanate perché negli ultimi anni a legarci era la preoccupazione per te e rivederci faceva e fa tanto male. Ho perso te e con te lei e quegli anni che non si ripeteranno più e l’irrazionale aspettativa di viverne altri.
Manchi, Libra, però ti penso e trattengo con me i ricordi che condivido -solo qui- con chi non ti ha conosciuto mai, e quei ricordi sono per me come il profumo delle bucce dei mandarini sulla stufa.
Poi ci sono quelli che ti hanno fatto del male. Eh già.
Te ne ricordi tra un sorriso ed un ampio respiro, talvolta. Te ne ricordi in modo accidentale, perché, alla fine, quando stai bene resta poco tempo per pensare, valutare, rimuginare. Vivi e basta.
Dicevo, ci sono quelli che ti hanno fatto del male.
Male gratuito, per questo più odioso. Male senza un perché, male con un perché omesso, male. Gente che ha spergiurato l’inverosimile sulla testa dei suoi parenti prossimi, animali domestici, numi tutelari. Gente che t’ha perfino chiesto scusa ma non ti ha detto cosa l’abbia spinta a far male. Che ha agito in totale consapevolezza perché, ad oggi, non esiste un certificato di minorità mentale e un perché deve ben esserci stato ma a te non è dato conoscerlo.
Ci sono quelli che ti devono dei soldi e vanno in giro col suv del quale fan fatica a pagare le rate.
Quelli che sono stati pronti ad ammorbarti con i loro guai in tempi funesti ed ora, rientrata l’emergenza, faticano a riservarti un sorriso quando ti incontrano per strada.
Quelli che si sono appiattiti nei fondali torbidi del loro io e ti hanno accantonato senza difficoltà alcuna, perché per dire minchiate non serve nessuno sforzo ma spiegare perché le si è dette necessita di onestà intellettuale, coraggio quanto basta e un briciolo di tempo a fondo perduto. Troppo. Eh già.
Insomma, quelli che ti hanno fatto male circolano per il mondo consapevoli d’avertelo fatto mentre tu circoli per il mondo con un sorriso, orgogliosa di te. Eh già.
Perché tu, dopo tutto questo male, hai tirato le somme e attribuito le varie responsabilità, incluse le tue.
Ti sei fatta una ragione dei mancati perché e dei tuoi limiti evidenti nel trovarteli da sola ed hai chiuso la parentesi.
Nessuna bava di rabbia fuori da quelle parentesi, nessun residuo di generalizzata rivalsa sul genere umano, nessuna vergogna.
Così, mentre costoro peregrinano per il mondo incapaci di affrontarsi, tu li pensi, un attimo. E non àuguri loro il Male, no.
Gli àuguri ciò che più renderà la convivenza con loro stessi difficilissima: che non abbiano mai il coraggio di risolversi e migliorare. Che restino in quell’impaludamento emotivo quasi tutta la vita, senza trovare pace. Uno stillicidio di inadeguatezza ai rapporti interpersonali. La desertificazione sentimentale.
Questo è esattamente ciò che àuguri, sorridendo. O ghignando.
Mica sei perfetta!
Quest’anno mica è stato facile. Eh no.
Intenso come un corso di sopravvivenza nella giungla amazzonica ed io odio il caldo e l’umidità tanto quanto odio la mia fallibilità in tema di intuizione.
Ho dovuto ammettere di aver sbagliato, e più di una volta.
Mi sono guardata allo specchio con molta poca indulgenza, e più di una volta.
Ho realizzato di aver imparato più di quanto abbia insegnato. Non è semplice, soprattutto quando le lezioni impartite sembravano essere più sane di quelle afferrate.
Il dolore insegna più della felicità?? No, ma attraverso il dolore si impara più in fretta, la felicità tende ad ottundere l’intelletto con la sua ebbrezza totalizzante.
Adesso che sto bene posso riconoscere i limiti che mi hanno impedito di arginare i danni quando potevano ancora essere arginati. Sùbito.
Già, perché avrei dovuto capirlo sùbito che non era il caso.
La differenza tra sentirsi dire non voglio essere responsabile della tua felicità e voglio farti felice. Un abisso.
Tra dire di amare e dimostrare d’amare. Un abisso, di nuovo.
Ero così arrugginita, disavvezza a ricevere… Sola, come una cosa dimenticata o persa.
Ed è successo che quando sono stata trovata ho creduto fosse giusto pagare qualunque prezzo per essere stata raccolta e tenuta. Gravissimo sbaglio.
Lo capisco adesso che ho un uomo accanto a me.
Inaspettato.
Ho interrotto la catena di sant’antonio della vendetta e del rancore, grazie a Lui.
Riesco a declinare i verbi al futuro, grazie a Lui. E’ affidabile come una macchina tedesca, risolto, carnale, volitivo.
Mi tiene la mano, sempre, anche quando non c’è. Parla poco e, nel suo silenzio che ricambio, trovo più risposte che domande.
Ho pianto due volte davanti ai suoi occhi. Di gioiosa incredulità.
Tanto basta e, spero, basterà.
E poi, improvvisamente, termina la discesa a valle dei pensieri.
Termina la voglia di capire, quella di giustificare, quella di voltarsi e concedere un sorriso.
Oggi è il turno della vita.
Gesti, tanti, che si spiegano da soli.
Sguardi, profondi, che scavano e fanno luce laggiù, dove ero finita, relegata nel torbido.
Se esiste una prospettiva di resurrezione è quella che sto vivendo.
Inaspettato combaciamento di parole e fatti.
La vita pretendeva da me quello sbaglio per riconoscere una scelta giusta.
Questa.
A volte credo di potercela fare.
Esco in terrazza, guardo il cielo, respiro l’aria di settembre e mi accorgo che respiro ancora, in fondo.
Con la giusta dose di gocce riesco a dormire una manciata di ore, macino chilometri in bicicletta, accetto qualche invito per l’aperitivo.
A volte credo di potercela fare.
Mi dico che merito di gettare lo sguardo avanti, di abbozzare un sorriso, di non sentirmi completamente depauperata di tutto quello che ho regalato, incondizionatamente.
Mi ripeto che non potevo fare di più, sopportare di più, sperare di più e che sono in pace con me stessa. Sfibrata ma in pace.
Dura poco.
Dura fino a quando non riesco a spegnere il cellulare prima di provare a dormire, fino a quando non mi connetto alla web cam che inquadra la piazza dove passavi a salutarmi, fino a quando non penso a quel gufo di paglia inchiodato alla trave del soppalco.
Crolla di fronte alla mia verità, a quello che sono e che sono abituata a non ricevere e a farmelo andare bene perché è sempre stata la regola.
Tu eri la mia smentita, sei entrato qui prima ancora che nella mia vita reale, hai conosciuto ogni mia emozione prima ancora di sapere se avessi gli occhi neri o verdi.
Leggerai anche queste righe, poco importa. Non ho mai nascosto nulla, omesso nulla, negato nulla. Io.
A volte credo di potercela fare.
Quando l’orgoglio mi raddrizza con una scudisciata ed ignoro il cuore che si crepa come una maiolica.
Quando guardo il calendario e ripercorro i giorni e le settimane ed i mesi in cui non avevo il beneplacito per raggiungerti. Settantacinque giorni con la valigia accanto al letto, pronta.
Quando penso al giorno del mio compleanno mentre sola, seduta in terrazza, mi preoccupavo più della tua situazione lavorativa che del fatto che io fossi lì, sola, seduta in terrazza, il giorno del mio compleanno. E questo perché lo avevi deciso tu.
Il tuo miracolo, la tua priorità, dicevi. Stupito d’essere riuscito a fidarti ancora di qualcuno, di amare nonostanze il passato, di avere a che fare con qualcosa di pulito.
E poi. Nessun comportamento che desse credibilità a quelle parole, nessuna premura, nessun gesto spontaneo per il piacere di vedermi felice. E io, cieca. Un po’ come credere a Babbo Natale: ci vogliono tanta fede e un po’ di ingenuità ed io le avevo entrambe.
A volte credo di potercela fare.
La razionalità, uno sbilenco senso della giustizia mi dicono che va bene così. Sei lontano, non ti vedrò mai più, spegnerò il telefono di notte, arriverò al punto di dubitare che questo anno sia stato realmente vissuto.
Sì, a volte credo davvero di potercela fare.
Lo sconcerto si risolverà in un asciutto silenzio ed io smetterò di cogliere tutte le allusioni a te di cui è pieno il mondo.
Non era amore. Il suo.
Non era verità. La sua.
Non era nemmeno Lui. Lui.
Mi sono addormentata una sera di dicembre e mi sono risvegliata un sabato di fine agosto.
Succede.
Certo che ho delle belle pretese, io.
Non concepisco le mezze misure e non le tollero quando concepite dagli altri.
Mi imbizzarrisco, do di matto, non scherzo. Sono come i bambini.
Tutto o niente.
Non sono tipo da mezzi sentimenti. Mezze verità. Mezzi impegni. Mezzi piaceri. Mezza fiducia. Mezza felicità o dolore.
Io voglio l’intero, con le sue luci e le sue ombre. Con i suoi spigoli e le sue curve sinuose.
Se mi interessa una questione, una persona, un’idea, sputo il midollo.
Diversamente, la medesima questione, la medesima persona, la medesima idea possono liquefarsi come meduse spiaggiate mentre io non batto ciglio.
A questo atteggiamento prescolare e totalmente privo di filtri aggiungo anche la mia tendenza a perdere letteralmente il sopracitato entusiasmo quando non tempestivamente ricambiato, a lasciarmi trascinare facilissimamente nella noia dall’assenza di riscontri all’impegno, a risentirmi nel profondo dell’orgoglio, ritraendomi come un paguro.
Ho difetti in eccedenza. Meglio che lo dica perché poi si pensa che qui si parli ad una martire che s’immola per le cause perse senza prenderle per la collottola, con tempistiche inaspettate, e gettarle nel pattume.
Oggi mi sono scrollata di dosso un’amicizia ventennale, per dire.
E nel niente che ha preso il posto di quell’ormai rantolante rapporto lì, ci sto benissimo.
Quando la persona che ti ama ti consiglia di essere più egoista è perché ti ama davvero.
Perché pensa al tuo bene, perché ti vuole anche bene. Ed io conosco la differenza tra amare senza voler bene e amare volendone molto. Qualcuno capirà, qualcuno no. Amen.
Mi sono sentita dire sii più egoista respirando il suo respiro ed ho provato una sensazione che esitava a definirsi. Dapprima dolore, insopportabile, come se ogni cellula fosse stata rivoltata e stracciata; gli occhi immobili in lotta con le lacrime -non un battito o cadranno-.
Poi rifiuto, netto. Poi fatale e amara rassegnazione. Infine, dopo minuti, tanti, comprensione.
Amare come amo io è quanto di più difficoltoso da sopportare esista, talvolta.
Non credo mi consiglierei come compagna, amante, moglie.
Appartengo a quella categoria di donne che non si bastano quando stanno sole. Che sono capacissime di starci perché l’intelligenza e la dignità le aiutano, ma che non sono nel loro status ideale nella disgraziata compagnia di loro stesse. Lo scrivo con cognizione di causa perché io, sola, sono rimasta otto anni e sono arrivata al punto di saper gestire la condizione di single molto meglio di quanto non stia ricominciando a vivermi come parte di una coppia.
Eppure, agisco in preda ad un impulso disorientato ma più fedele a se stesso, adesso, di quanto non sia mai stato quel dignitoso distacco dal mondo che mi ero imposta.
Per certi versi mi piace non sapermi individualista. Per altri, è vero, avrei dovuto pensare più a me stessa.
Lo dice mia madre, da sempre, guardandomi con quegli occhi appannati e dolci.
Lo dici Tu, rivedendo in me fotogrammi della tua vita famigliare ed affettiva passata.
Lo dice Effe, che mi è stata amica in quest’ultimo decennio con fedele apprensione.
Avete tutti ragione.
Perseguire la felicità o la realizzazione personale è più semplice quando punti solo su di te: tu giochi la partita, tu vinci o perdi. Qualche volta c’è di mezzo un po’ di sfiga ma sei tu il cardine su cui tutto ruota. Assai più difficile è raggiungere la felicità quando credi nella condivisione, quando un piacere viene dimezzato se lo spartisci solo con te stessa e non sai a chi dare quello che sei se non a te stessa.
Ho scelto, o mi ha scelto, la strada più difficile.
Ho riposto la radiosveglia e le lenzuola nuove in un borsone. Ho aggiunto la lampada ad acqua che cambia colore attraverso led luminosi, un gufo di fieno con il becco di legno, una tovaglia quadrata con le impronte dei cani stampate. Una parte di me che rimarrà lì, conquistandosi il suo piccolo spazio. Il mio filo di Arianna.
Sono abbastanza egoista??