…E poi ci sono giorni come questo in cui allunghi una mano e non trovi niente da stringere, niente che ti stringa.
Giorni in cui avresti bisogno di un riscontro, una conferma e invece senti freddo, seduta nel mezzo della tua stanza bianca, su una sedia bianca, la tua pelle bianca, schiena dritta.
Perché, alla fine, tu ti senti sempre quella bambina che aspetta e respira piano.
Dicono che se non ti prendi cura di quello che hai, non meriti di averlo.
Non so se sia questione di meritare o meno. Di certo, ciò di cui non ci si prende cura è destinato a perdersi, anche restando immobile su di una sedia.
Sono lucida, sono organizzata, sono pragmatica e comprensiva.
Ascolto, rifletto, comunico e resto in attesa di un riscontro, ricettiva.
Sono premurosa, empatica, paziente, perseverante.
Però.
Però ho bisogno di gesti e conferme come accade con i bambini o i cani.
Patisco il senso di abbandono anche quando l’abbandono non c’è.
Nella distanza cerco la presenza, per sopportarla.
Reclamo comportamenti significativi anche quando il significato è marginale perchè l’essenziale è stato già assunto.
Me ne frego dell’inutile ma pretendo il superfluo perchè la carestia degli ultimi anni mi ha reso affamata di ogni cosa.
Non sono monolitica se non nell’indifferenza che elargisco ai più.
Il mio difetto più sottile e pericoloso è l’attenzione che presto ad ogni segnale, tono e sguardo. Pericoloso perchè mi porta a valutare l’inimmaginabile, a perdermi nell’infinità dei significati, a calibrare i riscontri, galleggiando in una melmosa e insopportabile precarietà.
Il limite delle parole sta nel non saper dimostrare ma solo spiegare.
E io, adesso, voglio solo calore e Amore.
Basta teoria.
Voglio la pratica.
Quando saremo due saremo veglia e sonno
affonderemo nella stessa polpa
come il dente di latte e il suo secondo,
saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,
come i cieli, del giorno e della notte,
due come sono i piedi, gli occhi, i reni,
come i tempi del battito
i colpi del respiro.
Quando saremo due non avremo metà
saremo un due che non si può dividere con niente.
Quando saremo due, nessuno sarà uno,
uno sarà l’uguale di nessuno
e l’unità consisterà nel due.
[Erri De Luca]
Io non so parlare d’Amore.
So parlare della sua mancanza e delle affilate conseguenze della sua mancanza.
La fame, l’indifferenza minerale che subentra nei confronti delle persone e delle situazioni. Il pianto calmo della rassegnazione, lo sguardo invidioso verso chi l’Amore lo vive.
Ciò che mi sta accadendo ha tuttavia stravolto come parlo, come mi muovo, perché mi muovo e ciò in cui spero.
Questo Amore mi ha cambiato, perché non è vero che non si cambia, si cambia eccome: mantenendo qualche sana paura, indicando col dito le cicatrici del tuo passato e osservando le sue, stupendoti di credere incondizionatamente agli occhi che si perdono nei tuoi, ma si cambia.
Parole che veleggiano sopra le regole della prudenza, eppure consapevoli.
Gesti carichi di un’intimità disarmante, quella che dovrebbe essere conquistata e ti ritrovi in regalo, così. Rara.
Singhiozzi incontrollati. Di liberazione, di comprensione, di accoglienza.
Da trapezio a trapezio le mie emozioni sentono la presenza di qualcuno pronto ad afferrarle.
Nel labirinto dei miei tortuosi pensieri io ho la mia Arianna. Ombra reciproca della mia ombra.
La vita mi ha smentito.
Poteva accadere, più lontano o più vicino, nel tempo. Ha scelto di farlo dopo otto anni ed io avrei potuto tranquillamente non accorgermi di ciò che mi stava accadendo, arrugginita com’ero.
Invece sono qui, ad attribuire senso e valore anche agli intervalli che separano i nostri momenti di conferma.
Lui è il chiarore, il calore, il sangue ed il tessuto della mia vita.
Io non so parlare d’Amore.
Ma oggi ho comprato lo yogurt alla banana e le caramelle alla liquirizia. Ho sorriso prima di assaggiare la pasta per deliberare se fosse cotta (riderai, lo so) e ho indossato la sciarpa di Burberry, respirando forte.
E adesso, la paura di avere pronunciato quelle parole.
Di averle sentite sbocciare e non averle trattenute, cautamente.
Ora che nella sua mancanza, che so quantificare, è contenuto il senso di noi.
Ora, ho paura che tutto svanisca come una bolla di sapone che è stata sfiorata per sapere se è vera.
Mi cimento nel tentativo di riassumere due mesi, e lo farò anche male, perchè ho smesso di avere solo me come interlocutrice autistica.
Ho sentito talmente tanto che ho smesso di pensare.
Ho desiderato talmente tanto da non saper proiettare la sensatezza oltre il mio desiderio.
Questo è potenzialmente gravissimo, per la persona che sono.
É ufficialmente un dettaglio per la persona che voglio provare ad essere.
Non sto geneticamente modificandomi, rifiatate. Sto battendo una strada nuova, quella dell’improbabile, e lo sto facendo perchè sento tutto, ogni emozione che credevo di non riuscire a sentire più, in ogni singola fibra del corpo: eccola. Sono stata colonizzata senza nemmeno essere presa d’assedio, senza aver avuto la percezione di essere in pericolo. Poteva capitare solo così, a me; tanto inaspettatamente da non avere la prontezza di allestire una difesa a caso purchè fosse una.
Così, riconosciuto l’abbandono e obliata la resistenza passiva, allungo passi generosi, non da ma verso.
Fino a quando il disfattismo, sotto le sembianze di un elegante ma stitico buon senso, non guadagnerà terreno, io vado avanti.
Perché mi sono sentita dire “sei bella” con una convinzione che non ho osato mettere in dubbio se non debolmente, abbassando lo sguardo e appoggiando una mano sui miei fianchi generosi, non vedi?
Ma l’Amore -dicono- è questione di ostinazione, come la fede, un punto di vista assoluto e irrefutabile. Soggettivo e inappellabile.
Io questo lo so bene ma credevo di saperlo solo io.
E invece no.
Giorni di frenesìa cerebrale.
Tirare una riga col gessetto in mezzo al cervello e separare accuratamente i sostantivi trovando le discriminanti.
La differenza tra desiderare e volere.
La differenza tra flirtare e sedurre.
La differenza tra coraggio e incoscienza.
La differenza tra esitazione e lassismo.
Da che parte stare e perchè starci.
Stremante.
Oppure, semplicemente, andare incontro a quello che deve essere, insicura e impaurita come ai tempi delle commissioni d’esame.
Dunque, questa è la mia nuova casa.
CrisalideInversa non esiste più. Dovevo cambiare, era giunto il momento.
Caroline Kiig è la me che sono diventata, maturando o, comunque, provandoci.
Le certezze restano quelle di sempre, il titolo pure.
Ringrazio profondamente Sara e il disponibilissimo Beggi per l’enorme aiuto che mi hanno regalato.
Da qui si riparte.
In questi giorni ci sono frasi che fioriscono l’una dall’altra, come innesti senza senso, un’architettura sbilenca.
La maggior parte di questi pensieri che diventano frasi articolate in silenzio non li scrivo nemmeno perchè non sono condivisibili.
Sono la parte più fragile di me, quella che nemmeno qui espongo a chiare lettere. Chissà perchè, poi. Non ho un nome, non ho un cognome, il tempo dei blogger ha lasciato posto alle piattaforme sociali, mi leggono poche persone, potrei sollevare il coperchio e andare a ruota libera.
É mancata un’altra donna che sentivo vicina e nemmeno lo sapeva. Lei mi ha insegnato, di riflesso, la dignità nel dolore, la capacità di coltivare la speranza e l’invidia -sana- per chi ha fede.
Ho trovato il coraggio di salutarla dopo la sua partenza, anonima tra centinaia di altri saluti. Di più non ho saputo fare. Di più non so dire.
Chance avrà un figlio che dovrebbe nascere a febbraio, il mese più corto, il più duro.
Io, composta e silenziosa, guardo fuori dal finestrino sbirciando il passato dallo specchietto retrovisore. Di più non so fare. Di più non so dire.
Non esiste separazione definitiva finchè esiste il ricordo, ma come diluire il ricordo?
Come, se non creando nuovi ricordi? Già, nuovi ricordi che presuppongono nuova vita, nuovi passi avanti, nuovi sorrisi, nuovi progetti.
Qui esiste solo il tempo che passa ed io che trovo sempre meno motivazioni alla mia resistenza passiva.
Il mio presente è una zona di rimpianti e rimorsi e possibilità mai realizzate, strade non prese o prese troppo tardi, luoghi in cui non sono arrivata e luoghi in cui mi sono arenata.
É che a un certo punto la vita si restringe, diventa un imbuto stretto che lascia pochissimi margini di movimento e cambiamento.
Non è vero che tutto è sempre possibile, e se lo è stato per qualcuno di voi non ditemelo: potrei avere la tentazione di crederci.
L'amore sazia.
L'amore sazia la fame di quasi tutto, riempie e soddisfa, consola e protegge.
Senza amore non c'è fame che possa essere placata, né col cibo, né con nevrosi compulsive, né tenendo illusoriamente tutto sotto controllo.
L'assenza d'amore è come pioggia che piove dentro un involucro vuoto, e tuoni che rimbombano senza fare rumore. Senza che nessuno senta quel rumore.
L'assenza d'amore rende la vita più breve d'un battito di ciglia, toglie la terza dimensione, scolora l'orizzonte.
Forse, talvolta, ho gli occhi tristi e taglienti di chi conserva un desiderio incessante d'amore. Di chi ricorda gli effetti dell'amore ma non il sentimento, nella carne.
Sono passata dall'idealizzare l'oggetto d'amore a idealizzare l'amore stesso. Totalmente preda della teoria e dimentica della pratica.
La colpa è mia, credo.
Della terra brulla che sono diventata, faticosa da arare, rischiosa da mettere a frutto.
La colpa è la causa persa che sono diventata.
Lo spartiacque tra la felicità e l'infelicità è l'albeggiare d'un amore, in lontananza, appena percettibile dal campo visivo.
Aspetto questo.
Perchè vengono esauditi anche i desideri di chi semplicemente desidera, senza sbracciarsi.
Poi ci sono i pavidi.
Io di difetti ne ho a iosa, sia chiaro. Sono impaziente, poco tollerante, spigolosa.
Ma i pusillanimi mi fanno orrore. Trincerati dietro la loro mancanza di slancio per approfondire, sono gli ipocriti della vita. Rancorosi verso il passato fanno le pulci al futuro come a voler dimostrare che hanno ragione, che non ne vale la pena, che il dettaglio rovina l'insieme.
Loro hanno fatto, donato, penato più di te, sempre e comunque.
Loro possono puntare il dito più di te, su di te.
Loro blaterano come oratori, sono un talento nel garantire ma si paralizzano quando il niente che hanno da dimostrare li incalza.
Loro sono gli sterili sassi che ti ritrovi tra le mani dopo aver sperato che fossero semi.
Ai pusillanimi, miserabili, incapaci di confrontarsi con emozioni forti, di guardarti negli occhi e affrontare la loro inadeguatezza, a voi, dicevo, vaffanculo.
Non tanto per la vostra natura che vi porta in giro per il mondo a spargere il nulla.
No. Per me, per me che posso dire una volta tanto che non merito di inciampare nelle vostre vite vacue, sistematicamente, con una puntualità imbarazzante.
Sono stanca.
"Non ci si libera di una paura evitandola, ma soltanto attraversandola"
-Cesare Pavese-