I giorni e le notti suonano in questi miei nervi d'arpa.
Vivo di questa gioia malata d'universo e soffro per non saperla accendere nelle mie parole.

L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo.

...Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d'amore.

Che poi, la mia vita si riassume nella ricerca del piacere, nel suo timore e, soprattutto, nell'insoddisfazione degli intervalli.
Il problema, spesso, è la durata dell'intervallo.

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Dei lunghi papiri

Premettiamo che del 2017 io non salvo un singolo giorno.
Non entro mai nei dettagli specifici di quello che vivo, mai una coordinata che identifichi persone, situazioni, quantomeno ci provo.
E’ impossibile farlo per quest’anno.
Dovrei raccontare della depressione di mia madre che sta peggiorando. Dell’operazione di mio padre. Dei miei acciacchi psicosomatici postraumaticidellesistenza, come direbbe chi m’ha cordialmente detestato.
Dell’incidente in macchina, di amiche fidanzate, amici fidanzati, nascite, mesi di temperature equatoriali in cui sono stata rintanata in casa tranne che per fare la spesa all’alba, come i residenti dell’ospizio.
Invece resto sul lato umano.
Vi racconto di Tenia. Tenia è un uomo di quarantotto anni che ho conosciuto a gennaio. Visto e dimenticato al momento delle presentazioni. Piccolo, magro, separato, una figlia, operaio, affetto da una malattia rara, incurabile.
Tenia, scritto così, parrebbe un caso umano. Non fatevi ingannare.
Comunque, mi viene presentato e due settimane dopo non ricordavo nemmeno il suo nome, per dire.
Tutto cambia quando una sera mi guarda negli occhi e mi dice “io non posso fare nessun programma per il futuro, sono un solitario perché non voglio vincolare le persone al mio stato. Non ne parlo mai con nessuno”. Sbam.
Tenia non è più un uomo. Tenia diventa un soggetto da proteggere, un paio di grandi occhi lucidi e trasparenti che sanno cosa sia la sofferenza.
Ho commesso il gravissimo errore di credere che chi ha sperimentato il dolore abbia una scala di valori più sana, meno superficiale; che sappia apprezzare un gesto gentile ed una premura.
Mi affeziono a Tenia. I conoscenti sostengono che lui ha perso la testa. Io credo a loro ma resto accudente, presente, mi informo se mangia, gli regalo una borsa dell’acqua calda, gli chiedo se ha bisogno di visite quando va all’ospedale. Non ho mai mai mai pensato a Tenia come ad un fustacchione da cavalcare.
Poco prima di un suo ricovero per un’infusione -palliativa- di cellule staminali nervose gli regalo un bracciale con un’àncora d’argento come porta fortuna. Gli prendo il viso tra le mani e gli do un bacio a stampo, pulito.
Passa un mese, siamo a giugno. Tenia esce dall’ospedale e mi vomita addosso la mia presunzione d’essere migliore degli altri e sparisce. Mi blocca, mi cancella, non viene neppure più nel locale che frequento.
Effe mi dice è pazzo, vallo a prendere per la collottola e sbattilo come un tappeto.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. Piango tutta l’estate per la delusione umana, per l’evidente perdita di tempo, una sofferenza che nemmeno un rapporto amoroso lascia dietro di sé.
Tenia ad ottobre torna a farsi vedere al locale, non mi saluta, non lo saluto.
Effe invece ci parla una sera e dopo due settimane si vede arrivare un messaggio in cui lui si dice attratto da lei perché il dialogo è stimolante e anche se è fidanzata vorrebbe trascorrere qualche ora con lei. Scusandosi per la sua sfacciataggine e timoroso di aver rovinato la loro amicizia (mai avuta) le confessa che fin dal primo momento che l’aveva vista l’aveva trovata bellissima e adesso non poteva più esimersi dal dirglielo. Effe declina cordialmente e mi avvisa.
Ok. Tenia mi ha strumentalizzato, non è mica la prima volta che mi succede.
Il punto più basso arriva adesso.
Due settimane fa usciamo dal locale, salgo sulla mia macchina e mi avvio a casa, all’una e trenta di notte.
Mi accorgo dopo un paio di chilometri di essere seguita da una macchina come la sua. Immaginazione.
Arrivo al semaforo di McDonald’s ed è rosso. Mi fermo, lascio inserita la prima.
Una persona scende dalla macchina dietro e mi bussa al finestrino. Mi prende quasi un colpo. E’ Tenia. Abbasso il vetro e lui si fionda nell’abitacolo, mi afferra con forza la faccia e mi stampa un bacio in bocca. Ti devo un favore, dice rabbioso, e se ne va.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. E due.
Torno a casa, avviso Effe e piango. Perché? Rivalsa? Su cosa? Provocazione? Per cosa? Era ubriaco? E’ matto? Chissenefrega, stavolta lo affronto.
Aspetto tutta la settimana. Ci penso, ci ripenso e la vigilia di Natale arriviamo al locale. Lui fa come se non fosse successo nulla, come se io nemmeno ci fossi. Effe ha paura che lo sbrani.
Mentre sta per entrare lo chiamo e gli dico Tenia, devo dirti una cosa.
Non posso, devo parlare di una cosa importante con Tizio. Gli vado dietro e sibilo porta il culo fuori. Io non vado da nessuna parte e fa per girarsi.
Gli arriva uno spintone che lo sbatte al muro. Mai messo le mani addosso ad un uomo, giuro.
Lo spintono, dicevo, e gli dico in dieci secondi netti che un comportamento come quello della settimana scorsa non deve più nemmeno pensarlo, altro che farlo.
Lui si avvicina ad un palmo dal mio naso e sentenzia Io non ti metto le mani addosso, ti ho restituito quello che tu hai fatto a me.
….Eh?? Quello che io ho fatto a te?? Che ti ho fatto??
In piazza, mi hai baciato.
Eh??
Adesso siamo pari.
Lo guardo fisso. Tremo. Mi esce solo un stai molto attento.
Evito di aggiungere che non hanno la benché minima somiglianza le due situazioni, il momento, l’intento, la tenerezza. Mi faccio più paura io di quanta ne avrei avuta di fronte ad uno sconosciuto che m’avesse scippato la borsa.
Entro. Entra. Io a destra, lui a sinistra. Paga una birra e se ne va.
Io resto, sorrido, guardo Effe e solo dopo un’ora le dico che non ce la faccio più. Ce ne andiamo e nel parcheggio mi accascio, accucciata come i bambini che si raggomitolano abbracciando le ginocchia.
Fine delle trasmissioni. Crollo.
Effe mi giura che non ho sbagliato niente. Che merito di essere benvoluta. Che non se lo spiega. Che lui è marcio. Che la pagherà.
Io so solo che non mi interessa perché succeda sempre a me.
Io voglio che smetta di succedere a me.

[Perdonate il pippone, l’ho scritto più per me che per vostra comprensione.
Non è chiaro nemmeno a me cosa sia successo, figuriamoci voi a leggere ‘sta roba riassunta, distillata e scritta di getto]

Del potercela fare.

Inizio telegramma.

Sono viva -stop-
Probabilmente il duemiladiciassette sarà ricordato come il peggiore dopo il duemilatre -stop-
Non un bacio -stop-
E ho detto tutto -stop-
Con l’anno nuovo aggiornerò sventure e disgrazie -stop-
Bevete bevete bevete -stop-
Vi abbraccio -stop-

Dell’essere una bella persona

Che brutta sensazione.
Mi sveglio nel cuore della notte per fare pipì e vedo la lucina del cellulare che lampeggia.
Messaggio delle 00.56. Chance (ex convivente, unico amore storico felice, forse ve lo ricordate, ma sì)
bla bla bla… Questa sera abbiamo parlato di te, in tono solo positivo…. bla bla bla… Volevo solo che tu sapessi che ti ho amata veramente e spero con tutto il cuore che tu possa un giorno essere felice…. bla bla bla… Un bacio
Quasi due anni di silenzio, senza rancore ma con mutatissima stima. Vengo in mente dopo tre pinte e, giustamente, perché non dar via libera alle proprie deiezioni emotive e mentali?
Ora. Io esco una sera ogni quindici giorni. Ho la vita sociale di un grizzly. Nessuno mi cerca, tutti mi stimano. Qualcuno mi guarda con sospetto.
Poverina, è proprio una bella persona. Speriamo sia felice prima o poi.
Brutti stronzi. Ipocriti di stocazzo.
Io non voglio che si discetti della mia vita da eremita quando è gente come voi che mi fa preferire la compagnia di un lichene.
Provo rabbia, vergogna, detesto che a me si pensi con compassione e un po’ di pena, mi basta la mia.
Voglio silenzio ed essere dimenticata.

Della vecchiaia.

Passano mesi e anni che sembra non sia passato un giorno.
Poi li ripensi tutti e sembra passato un ventennio.
E’ sconcertante che non accada nulla tranne nuovi acciacchi. Che tutto, con l’età, vada a ridursi, come un sugo. Ristretto ma non più buono.
Evapora ogni resistenza al fuoco vivo della vita, ci si brucia, ci si secca.
Ecco come mi sento.

Mi gioco il 23 al lotto.

No, oggi non parlo di anniversari, di mafia, di bombe che lacerano bambine con le orecchie di pelouche rosa in testa.
Non ne parlo perché il disagio sociale è importante ma relativo di fronte a quello individuale.
Oggi parlo a te che perdi tempo a non sentirti mai abbastanza. Che ti senti responsabile di ogni rifiuto, insuccesso e trasparenza del mondo.
Ci sarà sempre un motivo per cui sarai gentilmente o brutalmente messa a latere, nel tuo angolo.
Ci sarà chi è più alta, bassa, piatta, giunonica. Ci sarà chi camminerà più stabilmente di te su tacchi 12 e ci andrà anche a fare la spesa senza che le si gonfino le caviglie come due zampogne.
Ci sarà chi indosserà pantaloncini di jeans e non avrà 20 anni, chi saprà sorridere in silenzio senza ribattere ad un commento sessista.
Esperte di ricostruzione in gel ed incapaci di passare l’antiruggine alla ringhiera del balcone.
Troverai uomini che vorranno di più o di meno ma per i quali non sarai comunque abbastanza. Vorranno meno carattere, meno orgoglio, più indipendenza o meno senso critico.
Baderanno più alla buccia d’arancia che al succo.
Troverai donne che sono madri senza sembrarlo e donne che non lo sono ma lo sembrano, e proverai per loro un sentimento di tenerezza e intima comprensione.
Ci saranno persone che si lamentano del passato, che pregiudicano il futuro che danno la colpa a tutto quello che non hanno avuto, e succede pure di essere sfigati, sia chiaro. Ma raramente ti imbatterai in qualcuno che ammetta di avere avuto mancanze nel dare.
Ci sarà chi ha imparato l’amore da piccolo ed è cresciuto sapendosi dosare, sapendosi negare, sapendosi privilegiare. Quel qualcuno non sarai tu, ma credimi, ti converrà ammirarlo.
Tu sarai quella che si innamora di un cane per strada, di un libro, di un film perché sei quella capiente come un otre e trabocchi, di tanto in tanto.
Trabocchi sorrisi, pensieri, chili di troppo, lacrime, slanci, discorsi ai muri ed allo specchio.
Ma non ti preoccupare, ci sarà chi è muro, deve esserci chi è muro per compensarti. Muri di mattoni, di gomma, di spine. Muri.
E ci sarà anche chi è specchio, di se stesso, come Narciso: un eterno sguardo per bearsi o commiserarsi. Specchi.
Tu, se hai bisogno di un abbraccio, stringiti forte nelle spalle. E non contare i giorni dell’assenza: non sei mai stata brava in matematica.

Dei flebili segnali.

Io gli auguri ve li faccio.
Se nell’ultimo semestre siete passati anche solo per abitudine o remota speranza di trovare segnali di vita latente, ci sono i miei auguri qui che vi aspettano.
Potete leggerli anche per Capodanno o per Pasqua, va bene uguale.
Perché alla fine l’augurio è il medesimo da anni: serenità e salute (sono abitudinaria e non ho ancora cambiato la gerarchia delle priorità, nella vita ).
Se proprio volete essere ambiziosi: un po’ d’amore, l’affetto di un cane o un gatto, viaggiare, magari imparare qualcosa; molto più che leciti anche qualche trasgressione e qualche vaffanculo di pancia.
Evitate di puntare il dito quando non siete ineccepibili e non sostenete una parte grottesca quando chi sta intorno sa chi siete e cosa fate. Un basso, dignitoso profilo è preferibile ad una sguaiata messinscena.
State bene, gente.
Spero di tornare prima di quanto credo.

Del ricordarsi di scrivere

Il fatto che oggi sia il quattordici giugno è il motivo per cui mi viene voglia di scrivere due righe. E’ detto tutto.
Quando la spinta a scrivere sono emozioni e riflessioni triturate di diciassette anni prima significa che nel tuo presente non c’è un cazzo di niente a suscitartene di nuove. Che quel passato ha nidificato dentro te, ha proliferato e nulla ha saputo guadagnarsi nuovo spazio a spallate ben assestate.
Il silenzio è dato anche da questo. Non coltivo più il pudore delle emozioni, del dolore, del rimpianto, del rimorso. Ho pudore del mio niente.
Come si fa a spiegare che non c’è niente?
Come si spiega una sospensione passiva nel tempo e nello spazio che si mantiene stabile nel tempo e nello spazio?
Ecco. Io farei proprio la faccia che stai facendo tu.
Pertanto mi fermo.
Rivendico il mio diritto all’oblio, a sentirmi apatica, a credere con convinzione che nulla cambierà e a detestare chi mi blandisce sussurrando andrà meglio.
Adesso è uno schifo. L’adesso è quello che conta e non conta niente.

[a chi passa, quando passa, un bacio]

Dei superpoteri

La gente ha delle belle pretese.
Pretende delle condizioni ben precise per restare al tuo fianco.
Ti vuole disponibile, propositiva, comprensiva, grintosa ma non aggressiva. Vorrebbe che tu incassassi i colpi come Rocky IV ma reagissi come Madre Teresa. Che avessi il passato di Philip Pirrip (anche se non ha la minima idea di chi sia…) ma il futuro di Mark Zuckerberg. Che ti tocchi una sorte traballante ma ti sostenga la forza di volontà di un maratoneta keniano. Che tu taccia nei momenti negativi ma abbia l’eloquio di Cicerone quando devi intrattenerla nei momenti di condivisione della sua, di negatività. E che, soprattutto, tu abbia una vocazione mariana all’ascolto della temporanea felicità pret-à-porter con cui sale in passerella.
La gente crede che siamo praticamente tutti idioti o praticamente tutti ignoranti come capre, perché la gente dimentica che, se da un lato l’esperienza insegna dall’altro spesso segna. E non tutti rientrano nel novero delle capre che non hanno memoria del giorno precedente ma solo del contesto momentaneo che riconoscerebbero qualora si ripresentasse. Non tutti si alzano al mattino ripuliti delle scorie del giorno prima, non tutti si inventano un miracolo supplementare o si affidano all’avvizimento della ragione sorridendo -beoti- del loro sorriso. Eh no.
In un mondo piccolo piccolo si fa presto a dipingere le pareti, rassettare compulsivamente quattro mobili, guardarsi allo specchio e non vedere niente di più. Grande fortuna possedere un mondo piccolo piccolo, che sia dentro o fuori dalla scatola cranica.
Ahimé non mi è stato concesso in comodato d’uso.
Il mio mondo è scarsamente popolato ma è vastissimo, a perdita d’occhio vedo praterie che manco nel West dei primi coloni. Sento la mia eco quando urlo e piango o chiamo senza sosta qualcuno che non arriva. Ho una bussola rotta in mano e nelle tasche, pur frugando, non trovo soluzioni brillanti da mettere in pratica, svelta, perché la gente mica può perdere tempo.
Dall’alto della mia sovrana indolenza vi dirò: ho terminato sia i fiammiferi per il mio buio che le scuse per le ombre degli ipocriti.

Duemilasedici

Dunque.
Dal momento che il mio sarà un Capodanno casalingo il cui unico, pressante bisogno sarà scandire i secondi che mi separano dal suo termine, trovo qualche minuto per scrivere un paio di pensieri sparsi e, probabilmente, scarsi nei contenuti.
Partiamo col dire che non ho un solo motivo per ringraziare l’anno che sta terminando se non che gli sono sopravvissuta e tanto mi basta. Potevo trascorrerlo in crioconservazione e al mio risveglio non mi sarei accorta di nulla, anzi, magari avrei avuto meno occhiaie e bruciori di stomaco.
Non sto ad elencare i motivi per cui non rivolgo gli occhi al cielo carica di gratitudine o non invio messaggi spiritosi il cui unico scopo è, di fatto, rompere i coglioni al prossimo mentre festeggia gaudente, lui sì.
Quindi, stringendo le fila, provo ad abbozzare un timido augurio per l’anno che verrà e che possiede ancora, in sé, la straordinaria capacità di potermi smentire dimostrandosi degno di essere vissuto.
A chi mi legge auguro salute e serenità.
Portate pazienza se è un augurio da vecchia zia Abelarda ma credo, a buon titolo, di aver raggiunto un’età in cui i soldi, i giri di giostra, l’assorbimento in un lavoro che crea più grattacapi che soddisfazioni, siano puro corollario ad una vita decente.
Viaggiate, se potete. Condividete, quasi sempre. Leggete, tanto. Amate, se riuscite. Nel caso in cui non troviate un cristiano meritevole, scegliete un animale e non sarà un sentimento “a perdere”.
Infine, non arenatevi nell’illusione che il meglio debba ancora venire: abbiamo quasi tutti più passato che futuro, fateci un pensiero onesto.

Buon duemilasedici (che è bisestile ma voi fate finta di non saperlo, ok?)

Degli inviti

Ho bisogno di tutto, anche di ciò di cui non ho bisogno.
Ho bisogno di tutti, anche di coloro che i loro bisogni li hanno appaltati a me.
Da dove venga ancora tutto questo spazio vuoto da riempire a casaccio pur di sentirmi piena, non lo so.
Come sono permeabili le frontiere umane quando la carestia si fa più pungente… Sguardi lanciati come pastura, una telefonata in cui si calibra il tono, la speranza di accendere un camino in compagnia.
Perfino io, che difendo i sacri limiti delle mie acque territoriali con forza, sempre, devo riconsiderare quel sempre e dichiararmi disposta all’invasione.
L’inverno è lungo ed io sarei disposta a cimentarmi in pigolii seducenti e gorgoglii allusivi, se servisse.
Pur non essendo mai stata una gran seduttrice rischierei volentieri il ridicolo, adesso.
Per solitudine. Per la voglia di gridare. Di tornare da qualcuno. Di sciogliermi i capelli e saziarmi di un silenzio complice.
Il mondo vuole vedere sorrisi perché il sorriso è la speranza dipinta sul volto.
E’ d’obbligo far credere di non cedere allo sconforto, anche se il gioco della verità è difficile e l’esito della recita è incerto.
Io ci provo. Espressione distesa, fronte liscia, dentatura smagliante: la fisiognomica dell’accoglienza.
Entrate nella mia stanza vuota, riempitela, e prometto che fino all’Epifania non mosterò i canini.

Dei dietro front

Questa sera avevo un appuntamento.
Uno di quelli a cui mi affido senza troppe aspettative, ogni tanto. Persone conosciute on line, capiamoci.
Non ho amici che possano farmi conoscere persone nuove. Non ho nemmeno conoscenti che possano presentarmi persone nuove. E non so ammiccare per strada a persone nuove. Ergo, la rete resta l’ultima spiaggia, nel vero senso della parola. Nella rete trovi di tutto, come quando si fa pesca a strascico -mica per niente l’hanno proibita-.
Insomma, avevo un appuntamento con una persona carina che sta aspettando da giugno che io abbia la forza, l’umore, lo slancio di incontrarla.
Ho disdetto.
Non riesco nemmeno a stupirmi di snobbare l’ultima spiaggia. Niente da fare.
Sto seriamente preoccupandomi del fatto di non trovare più un uomo interessante, di non soffermarmi a guardare un volto più di un attimo, di mormorare …però! Mica male.
M’annoiano i discorsi impegnati. M’annoiano le frivolezze. M’annoia la liturgìa del corteggiamento e anche la frettolosità disincantata.
Non faccio nemmeno paragoni con l’avvocato perché, alla fine, tutto questo fascino e questo carisma mica ce li aveva: i superpoteri glieli attribuivo io, scema.
Se non filtro la realtà con la fantasia di chi ci spera ancora mi rendo conto che nessuno è come io desidero.
E stasera ceno a casa, con la mia realtà.

Stra-ordinaria.

È brutto scriverlo ma è la conseguenza di un brutto pensiero e quindi lo scrivo.
Non ci faccio una bella figura, di quelle che sogni di fare quando ti riscatti nel tempo e da una delusione ne esci fortificata, più consapevole e serena. Non rientro nel novero di coloro che possono dire la miglior vendetta è essere felice più di prima. No. Io non sono così.
Io non mi sono ripresa.
Non conduco un’esistenza normale da più di un anno. Ed è inutile che elenchi cosa non faccio più: prendete una vita ordinaria, al limite del banale, togliete tutto quello che la rende tale ed avrete una vita straordinariamente insopportabile come qualla che sto vivendo.
L’avvocato mi ha frantumato ed io sono rimasta coi cocci in mano. Li guardo, li rigiro e non so cosa farne. Io, di me, non so più che farne.
Donnicciola.

Dei gne-gne-gne

Credo di essere in fase di regressione.
Non spero più in un amore travolgente, un amante appassionato, il cuore nel cuore di qualcuno.
Sento il bisogno di abdicare a me stessa perché la stanchezza ha vinto.
Sono tornata bambina, con le esigenze e le pretese di una bambina.
Voglio un uomo che si preoccupi per me. Che mi dimostri costantemente affetto, pensi al mio benessere prima di ogni altra cosa, rinunci ad un piacere per il mio, faccia sacrifici, mi vizi, magari mi mantenga.
Egoismo infantile senza filtri, dichiarato.
Sono una spugna secca, non posso più essere strizzata. In queste condizioni la sola persona che possa avvicinarsi a me è un masochista votato al soccorso o un uomo talmente strutturato, realizzato e risolto da non avere problemi a dare a fondo perduto.
Non avrei mai pensato di avere bisogno di cure più di quanto ne avessi di darne ma l’ultimo anno mi ha schiacciato come un chicco d’uva. Mi sento una profuga della vita.
C’è da vergognarsi a sentirsi così?

Dei silenziosi transiti.

Domani è il mio compleanno.
Non scrivo più. Tutto quello che avevo da buttare fuori, a livello verbale, l’ho buttato fuori. Non con l’Avvocato. Non con amici. Non con famigliari. Con voi.
Resta la rabbia dentro. Una rabbia che mi ha portato ad avere uno stato di salute singhiozzante. Infiammazioni a livello generale: tutto quello che ha suffisso -ite io ce l’ho, e non sto a fare l’elenco, ché mi sembra di stilare un certificato anamnestico di una che di anni ne deve compiere 71.
Non ci sono novità.
Non c’è nulla di cui parlare.
Passo per dire che leggo le mail e i commenti, che ci sono, insomma.
Spero che voi stiate bene, che stiate trascorrendo un’estate rilassante e serena nonostante questo tempo impietoso. Io resisto, spero sempre di trovare qualcosa per cui infiammarmi in senso positivo e vi abbraccio. Non troppo stretti ché si suda.
A presto.

Di questo anno

I giorni che diventano settimane che diventano mesi e raggiungono l’anno.
Un anno esatto dal primo maggio duemilaquattordici.
Un anno che non ti vedo né so nulla di te, di quello che fai o sei diventato o rimasto. Io, incredibilmente, sono qui che ricordo. Mi ricordo le cose ma non ricordo più le sensazioni che fanno provare.

Il piacere di farsi fare un regalo. Dimenticato.
Sentirsi dire ogni tanto “ci penso io, tranquilla”. Dimenticato.
Respirare l’aria salmastra del lago e dare da mangiare ai germani e alle folaghe. Dimenticato.
Passare ore al telefono raccontandosi il futuro e conciliare il sonno. Dimenticato.
Il piacere di programmare qualcosa insieme a qualcuno (una visita al museo, una passeggiata, un gelato, il niente sul divano). Dimenticato.
Avere un’Amica che si preoccupa per la mia salute e non solo per la mia serenità. Che si presenta sotto casa e ti dice “dai, scendi, che ti porto a bere una birra”. Dimenticato.
Portarsi costantemente la macchina fotografica in borsa perché tanto c’è sempre qualcosa di bello da fermare nel tempo. Dimenticato.
Guidare veloce e sentirti cantare a memoria le canzoni stupide degli Oliver Onions perché amavi i film con Bud Spencer e Terence Hill. Dimenticato.
Allungare una mano e trovarne una che ti afferra e stringe forte. Dimenticato.
Il piacere di entrare in una delle ultime videoteche al mondo, scegliere quattro film, ordinare giapponese e passare la notte a tentare di star svegli per commentare le cazzate scelte. Dimenticato.
Tu che corri senza fatica in Parco Sempione ed io che arranco dietro pur di vederti felice. Dimenticato.
Io che ti paragono ad un iperattivo jack Russell e tu che rispondi tu invece sei un cane pastore, hai l’istinto di accudimento. Dimenticato.
Delegare ogni tanto una decisione, una scelta, perché tanto ti fidi. Dimenticato.
Sentirsi fare una proposta di convivenza sotto la minaccia di pizzicotti se ne avessi riso o non creduto. Dimenticato.

Riesco a vivere senza niente.
Senza uscire, sorridere, dare fiducia, fare del bene o del male, costruire, aspettarmi un abbraccio, comprensione, amore, sesso, parlare con qualcuno, progettare qualcosa, credere che questa sia una vita.
Se pensate che l’amore nuoccia gravemente alla salute provate con la solitudine. Poi ne riparliamo.
Buon primo maggio.

L’importante è la salute.

Sono incazzata nera.
Non sono più solo triste, risentita, vilipesa. Sono incazzata e me ne frego di quel che verrà fuori scrivendo ma nemmeno lo voglio rileggere, tanto mi seguite in quattro.
Esami approfonditi del sangue fatti -dico io, dopo l’anno che ho passato vado pure a cercarmele- perché fare prevenzione è intelligente ed io faccio sovente la cosa giusta, no? Auspicavo un po’ di colesterolo in sovrabbondanza, colpa dei dolci che mi tengono compagnia tanto quanto il gatto. Nulla più.
Residuo di un rantolante ottimismo.
Colesterolo molto elevato ma transaminasi alle stelle. Io con le transaminasi di un alcoolista?? Cos’ho? Epatite? Cirrosi? Tumore al fegato? Non fumo, non bevo (bevevo quando avevo una vita sociale e mi invitavano a cena: illo tempore) non trombo nemmeno più, cazzo.
Il medico curante è perplesso. Iniziamo con un’eco al ginocchio ed esami delle urine per vedere se i reni sono sovraccaricati per il mancato assorbimento del calcio da parte del fegato, poi si vedrà. Si vedrà. Tanto la pellaccia è la mia.
Vitamina D a 4,3… Roba che manco una settantenne con l’osteoporosi che sverna a Varazze si ritrova con valori di questo tipo. Integratori e ulteriori esami perché la spalla ed il ginocchio dolgono più che mai. Faccio due rampe di scale in sette minuti con le lacrime agli occhi. Rischio lo sfilacciamento delle cartilagini. Anche.
Un involucro vuoto e fragile come l’argilla che si trascina per il mondo.
Ingollo pastiglie, polveri, compresse, tavolette energetiche e vitaminiche come se pesassi quaranta kg e invece sono gonfia e pesante come una spugna bagnata.
E stanca, stanca, stanca.
Definitivamente stanca, ma con le labbra rosse, eh!

redddd

Rossettando.

Cavoli, sono passati quasi due mesi e siamo praticamente ad ottobre!
Come passa il tempo anche quando lo si passa perché lo si deve far passare.
Ieri sera ero a cena con una persona conosciuta su un social network (mi sono ripromessa di uscire almeno due sere al mese) e, manco a dirlo, sono tornata a casa piangendo con l’impulso feroce di comporre il numero dell’Avvocato. No, non l’ho fatto. Non l’ho manco perdonato come speravo che il tempo mi concedesse di fare.
Passi avanti? Non se ne parla. Telefonate e doni / piacevoli serate / giovani donne in tiro / al giovane uomo tira / tutti tirano alla grande. / Innocue storiette / d’amore innocuo (cit.) Almeno concludessi.
Ho una nuova compulsione: quando sono nervosa, triste o arrabbiata esco e mi compro un rossetto; risultato: ho cinquantasette rossetti che non uso perché non esco mai però apro il cassetto e sorrido del mio piccolo, inutile tessssoro.
Da qualche parte esiste qualcuno che mi immagina e proietta in uno spettacolo privato ed esclusivo. Devo solo conoscerlo.
Intanto oggi compro un altro rossetto. E via.

Dei Natali a Ferragosto.

Non è Natale.
E’ Ferragosto, fa caldissimo e non esco di casa, solo così posso sopportare le prossime settimane.
Il dente del giudizio è stato tolto. Questa è la notizia degli ultimi sei mesi.
Ieri ho incontrato un amico al supermercato che ho fatto finta di non vedere ma lui ha visto me. Mentre trafficavo con le borse mi ha chiamato per nome e mi ha fatto uno strano effetto perché non sento quasi più pronunciare il mio nome fuori dalle mura di casa.
Mi ha chiesto di poter bere un caffè con me, gli ho detto sì, così mi racconti come stai. Lui sta bene, ormai è praticamente sposato e gli bastano i tre figli delle sua compagna. Io gli ho detto che aspetto qualcosa: un evento naturale, una malattia, la fine del mondo, qualcosa. Mi ha fatto una carezza e mi ha abbracciato, con calore, con verità.
Ho pianto al supermercato, giusto per ribadire che non sono proprio stabile ed equilibrata. Ascolto l’anima vola, l’assenza, mimì sarà, sally, la cura, perché se quelle parole sono state scritte per qualcuno, sono state scritte anche per me ed io ne voglio un pezzettino per resistere fino a domani. E poi ancora domani.
Non ho altro da dire.
State bene e passate questo Ferragosto in serenità con chi amate.
Ci vediamo a settembre.
Baci sparsi ma mirati.

Dei Non.

Il 2014 sta per terminare.
Non ho un solo ricordo che risalga a dopo il primo maggio.
Non ho viaggiato. Non ho letto. Non ho praticato sport né visto una singola mostra. Non ho, in soldoni, costruito nuovi ricordi e mi sono aggrappata a quelli vecchi per addormentarmi la sera. Non ho conosciuto persone nuove e quelle che sono transitate per brevissimo tempo, per carità.
Non ho quasi più scattato foto, scritto lettere e biglietti da lasciare sotto il cuscino, inventato ricette. Non sono nemmeno fioriti i girasoli.
Non ho atteso perché inutile, non ho sperato, cercato, scoperto interessi che mi strappassero dalla ragnatela del passato. Non ne vengo fuori.
Non so cosa darei per svegliarmi e dimenticarmi di chi sono e di cosa non sono più capace.

Sto mediamente “qualcosa”.

Una volta non avevo problemi a mostrare i miei sentimenti, anche se ero e sono timida; che fosse amore, paura, preoccupazione, speranza, talvolta aggressività.
Negli ultimi mesi ho scoperto che una cosa l’avvocato me l’ha lasciata, una sola. Il terrore di chiamare qualcuno per condividere quello che sento, per timore di infastidire, di non essere capita, di essere -peggio- allontanata.
Si può togliere di più ad una persona che il consapevole valore dei suoi sentimenti??
L’ho sentito per mail perché il puntiglio di arrivare al nocciolo delle questioni mi è rimasto e mi sono sentita dire “a me serviva e serve una donna forte e in te non ho visto questa forza”.
Ora, chi mi legge e sa potrebbe dire che sono partita a spron battuto, percorso la Milano-Genova e, una volta giunta sotto il suo studio, aspettato con una clava in mano per vederlo uscire e riempirlo di bastonate sulla testa per abbassarlo di quei cinque centimetri che lo porterebbero di diritto nella categoria dei nani.
E invece no. Mi sono iscritta ad un sito di incontri. Io? Sì, io.
Dodici incontri in due mesi. Una Caporetto. Io non sono più io; coltivo il sospetto, metto in dubbio ogni parola, ho il terrore di essere un passatempo, una sfida, un gioco. Belli, brutti, poveracci e intelligenti. Idioti e ignoranti, astemi (!!) vegetariani (!!!), insomma, di ogni. Sempre con quella stramaledetta sensazione che niente fosse autentico.
Adesso sono alle prese con un sabaudo bello, alto, ricco, risolto, sempre sorridente, sostenitore che la vita te la crei tu, che la fortuna gli ha sempre arriso e vuole approfondire con me. Ed eccola la vocina: come stanare la magagna?? I tempi sono troppo veloci? Finirò per essere la ragazza del fine settimana -tremendo deja-vù? Come rintracciare la verità? Nel fatto che è stato volontario al telefono amico per dieci anni e ha fatto volontariato per altrettanti lustri?
Non ha nemmeno mai convissuto ed io sabato dovrei andare da lui e fermarmi lì così vediamo come va. Eh già, ottimo approfondimento.
Potrei prenderla alla leggera e chissenefrega. Invece no. Se elenco i motivi per cui non dovrei andare finisco domani….
Sbaglio?
E se sbaglio, dove?