Sono riuscita ad usc…

Sono riuscita ad uscire dal cinema con le mie gambe, tranquilli.
Ma per il rotto della cuffia.
Un film fatto bene. Meno bello del libro ma è così per quasi tutti i film.
L’impatto visivo, le immagini, gli scarni dialoghi sono un pugno nello stomaco.
La forza di Italia, il suo sacrificio salvifico posseggono qualcosa di angelicato.
Qualcosa che appartiene più ad una madre che ad una compagna.
Qualcosa che ti frustra perchè ha a che fare con l’accettazione del dolore. Quel dolore che ti accompagna fin da piccola, nemmeno l’avessi nelle transaminasi.
Sono restata inchiodata alla poltroncina tentando di non sentirmi fagocitare dal film.
Inutilmente. Ho pianto per la pochezza di Timoteo, per la sua vigliaccheria, per la sua incapacità di ribellarsi.
Per la meschinità del suo sguardo quando dice a Lei che la moglie “non sta bene” e non può lasciarla.
Per l’accettazione silenziosa di Italia. Per l’abiezione della storia in sè, in cui tutti perdono: l’amore, la dignità, la gioia, la vita.
Tornata a casa mi sono coricata nel letto, ancora arrabbiata, ed ho aperto una pagina del libro.
L’unica in cui si intravede la “maglia rotta nella rete”, la via di fuga che doveva essere percorsa:


“Ma sì! Ma anche se finisse adesso, se entrassimo nel buio così.
Ho questi occhi addosso, questa mano unta che mi trattiene. Nessuno mi ha mai amato così, nessuno.
Non ti porterò lì dentro, nessuna cannula ti pulirà. Io ti voglio, e adesso sono forte e troverò il modo per non offenderti più“.


E invece…















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  1. if
  2. if

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