(questo post non ha titolo)

Chiudo gli occhi, ricacciando indietro la nausea ed il dolce scuro dello sciroppo che mi sale dallo stomaco tra i brividi di tutto il corpo.
Tiro fuori il fazzoletto e mi soffio il naso mentre gli occhi lucidi pungono le palpebre.
Affondo il viso tra le mani. Paura. Ma non solo paura. E’ proprio come quando si finisce un compito e si dice: ho finito professoressa. E lei ti guarda e sibila: aspetta al tuo posto gli altri. E resti tranquilla ad aspettare come dentro una chiesa. Di quelle chiese dalle pareti alte. Con un rosone di vetro colorato che filtra la luce che attendi. E tu conti i minuti, li tocchi, freddi e divini.
E non una parola. Niente dice niente.
E la paura, ma non solo paura. Niente da fare. Io non so neanche cosa fare. Come guardare una cosa bella -se c’è una cosa bella, se riesco a riconoscerla- . Un nodo in gola. Gli occhi che sbattano come una falena dietro la tenda delle palpebre.
E paura. Percezioni troppo organiche per essere trasformate in pensiero.







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