(questo post non ha titolo)

E poi?
Poi chiudere gli occhi e udire la mia stessa voce che filtra lenta e torva come un fiume fangoso.
La viltà è tiepida e vorrei rimettermi a lei, deponendo tutte le armi da eroina che trentanni di pensiero mi hanno concesso.
Che cosa sono oggi, in questo momento? Una foglia levigata, muta, caduta al suolo. Senza un movimento dell’aria che la faccia ondeggiare, che la trasporti altrove. Respira appena per non svegliarsi.
Ma perchè? Perchè definirmi foglia morta quando sono solo una donna con le braccia incrociate?
Un sentimento in caduta libera. Col pericolo, dietro l’angolo, di fissarsi nella sofferenza ed organizzarvisi dentro. Limitare il proprio campo d’azione temendo la tirannia che in prima persona esercito su me stessa.
Che fare? Cosa per concedere un po’ di respiro alla parte di me che chiede una tregua?










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