(questo post non ha titolo)

Ti ascolto parlare dall’ufficio.
Indispettita, sull’orlo dell’esasperazione. Lui ha comportamenti inequivocabili. Uno stillicidio di atteggiamenti ostili.
Lui non ti sopporta più. Ma non te lo dice, servirebbe coraggio. Si cimenta nel fartelo capire, senza fretta. E se tu fossi più ricettiva -o solo più lucida- lo capiresti.
Tengo il telefono incastrato tra l’orecchio e la spalla mentre respiro l’odore pungente dell’aceto del detersivo per i piatti.
Ti sento prostrata, passiva, intrappolata in una rete che hai tessuto da sola. Adduci mille scuse improbabili sperando che te le appoggi. Invochi una pazienza che non sai più dove andare a raccattare. Ti chiedi dove hai sbagliato, se hai sbagliato.
Mentre tento di scrostrare la padella in cui ho bruciacchiato la frittata ti sento ipotizzare strategie, valutare possibili soluzioni alternative, singhiozzare. A tratti.
E’ un iter che non può seguire percorsi diversi da questo. Non posso fare altro che ascoltarti. Una birra ed un paio di orecchie allenate.
Consigliarti no, non se ne parla proprio.
Risciacquo l’ultimo piatto e ti propongo il venerdì sera insieme. Tentenni ed alla fine rispondi, vergognandoti, che vuoi lasciarti la serata libera. Visto mai che lui voglia trascorrerla con te.
E’ un iter che non può seguire percorsi diversi da questo.

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  1. utente anonimo
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