(questo post non ha titolo)

Basta qualche giocosa frase scritta, sognando, ed il caso mi scaraventa lontano.
Ricordo i passi lungo la strada sterrata. Qualche ciottolo chiaro ad accompagnare il cammino fino all’abbazia, sorta come ex voto imperiale attorno all’anno 800 d.c.
Lo sguardo fisso sulla nuda facciata. La tentazione di restare fuori. Con i luoghi sacri ho sempre avuto un rapporto controverso.
Dio non esiste dentro di me. Ho sempre creduto inopportuno esistere io dentro la sua casa.
L’aria che si respira in quel luogo, però, è quanto di meno ecclesiastico si possa immaginare.
E’ pura pace.
Anche dentro le spesse mura medievali sembra che Dio non ci sia e se c’è è buono.
Ti guarda camminare timoroso attraverso gli occhi dei frati benedettini che lì hanno la fortuna di vivere.
De profundis. Ho sperato di sentire sbocciare nel petto la voglia di pregare. Una sola volta.
L’intuizione di quanto fosse fragile quel momento mi faceva muovere piano, silenziosa, quasi in punta di piedi.
Per timore di toccare e dissolvere quella sottile sensazione di protezione ed equilibrio.
Un tappeto di fiammelle mi ha guidato verso il pesante portone di legno. Oltre la soglia, nel giardino curato dai monaci.
Gli occhi aperti, fluttuanti tra le foglie che germogliavano, nubi bianche ed una distesa campestre di erba carolina più in basso.
Fino al pozzo di pietra umida.
La voce si è trattenuta in gola tutto il tempo. Ho solo ascoltato.
Ed ora provo il desiderio prepotente di riconoscere ancora quella sensazione, intimamente.
Limpida come il rintocco di una campana. 

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