(questo post non ha titolo)

Seduta in terrazza. Lo sguardo fisso sul sole.
Ormai è una palla arancione che non ferisce più gli occhi.
Lo guardo trascinarsi lento dietro le montagne.
Ho le membra intorpidite. Sono seduta, immobile, da ore.
Ho freddo, tremo. Una mano accolta nell’altra. Ci sono.
Non mi sono disgregata durante la distillazione dei pensieri.
Tra intuire qualcosa e saperla con assoluta certezza c’è una gran differenza.
Si vive, si percepisce qualcosa che si intreccia allo spirito.
Ci si pensa costantemente, senza mai formularlo né con parole, né con immagini.
Poi un giorno se ne prende coscienza. Quando ormai non ci si può più fare niente.
Come in una partita a scacchi, quando, ad un certo punto, possiamo muovere soltanto in questa o in quella casella.
Un mossa, non c’è che quest’unica possibilità. La sola alternativa è abbandonare la partita.
Questo invisibile avversario che è la vita non dice "scacco matto".
E’ possibile vivere a lungo così, senza speranza, con la chance di muovere appena qualche passo.
Confinata come in un angolo mi sono stufata di temporeggiare.
Nell’attesa di indovinare la mossa vincente il dolore si è divorato autonomamente.
Non ho più interesse per questa partita.
Mi chino sul parapetto e sento la tenerezza salire lentamente, quasi mi stordisce.
Chiudo gli occhi.
E vedo un sogno che ho fatto: un palcoscenico buio ed abbandonato. 

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