(questo post non ha titolo)

La serata è fresca ed io mi sono vestita di bianco.
Non amo uscire in compagnia di molte persone, specialmente se la maggior parte di loro sono perfetti sconosciuti.
Il mio punto di riferimento è Ky. Vuole regalarmi preziosi momenti di distrazione.
E’ tanto cara. Per questo sono qui, con il mio moijto tra le mani. Seduta tra estranei ciarlanti incrocio regolarmente il suo sguardo e abbozzo un sorriso, per confermarle che è tutto ok. 
Sprofondata nella mia comoda poltroncina in vimini mi lascio stregare dal profumo dei tigli, denso.
Mi ricorda l’infanzia. Quando, in giugno, terminavo le classi elementari e Piazza Vittorio Veneto era invasa dall’odore dei fiori di tiglio. Faceva caldo ed il pensiero delle vacanze mi alzava da terra.
All’uscita di scuola mi toglievo il grembiule appallottolandolo e ficcandolo nella cartella e mi soffermavo qualche minuto sotto i rami carichi di polline prima di correre a casa.
Allora ero una bambina dinamica, impegnativa, vivace, intraprendente.
Non c’era nulla che non fossi persuasa di riuscire a fare, volendolo.
Minimamente frenata dalla paura, incosciente nella mia sconsiderata apertura al mondo.
Una bambina che se vedessi oggi, da adulta, vorrei avere come figlia.
Non ho chiacchierato, non ho nemmeno ascoltato. Tantomeno flirtato.
Ma ho sorriso al ricordo di me.
E mi è bastato.

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  1. Anonimo

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