(questo post non ha titolo)

Ho rassegnato le dimissioni. Verbalmente.
E senza pensarci più di qualche minuto. Dalla scrivania accanto alla finestra guardavo la neve piovere.
Un orgoglio doloroso mi carica -da sempre- di una responsabilità indefinita ed angosciosa nei confronti del mio quotidiano.
Guardavo la neve piovere e ho percepito le mie mani vuote. Di motivazioni, progetti, slanci.
Mi hanno consigliato di aspettare lunedì. Ci si licenzia meglio dopo il week end. E’ statisticamente provato.
Eppure io avevo voglia di un caffè e di uscire da quell’ufficio. Proprio in quel momento in cui la neve pioveva, lenta.
Così mi sono alzata e sono entrata nell’ufficio di G. Con un sorriso mescolato ad audacia e insolenza gli ho comunicato che a fine mese la mia collaborazione con lui terminerà.
Nella vacuità bianca dell’intervallo tra la mia affermazione e la sua realizzazione ho accusato un attimo, uno solo, di vertigine. Entusiasmante esperienza.
Non sarebbe stato da me. Proprio no. Io medito, rifletto, pondero, rimugino. E, a volte, abiuro.
Ma la neve pioveva, lenta. Ed io sentivo prepotente la voglia di uscire da quell’ufficio e prendermi un caffè.
Adesso sono alle prese con l’ennesima tabula rasa. Punto e a capo.
Dinanzi a me potrei morire di sete perfino io.

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