(questo post non ha titolo)

Mi specchio nei vetri della caffetteria tunisina.
Struccata. I capelli, raccolti, che scoprono la nuca.
Gli occhiali scuri a proteggere il mio sguardo che fruga il circostante.
Un sottofondo barbiturico di musica araba allaga i timpani.
Port El kantaoui è una piccola Portovenere in stile moresco.
Lo stordente profumo dei fiori di ibiscus tampona l’emorragia di pensieri.
L’intensa tenerezza di cui vivo, questa inezia di luce che mi trapassa. Insensata.
Passa un uomo col suo asino. Indossa sandali di pelle di cammello e veste di bianco.
Sul dorso dell’animale tessuti colorati; probabilmente diventeranno kaftani.
Bevo il mio thè alla menta.
Domani mi aspettano la kasbah ed il suq di Tunisi. Il mercato dei profumi e degli oli essenziali.
Le botteghe di pellame e tappeti. I vicoli bianco latte di Sidi Bou Said, a picco sul mare.
Le obbligatorie contrattazioni per l’acquisto dei souvenir.
Adoro contrattare. Serve polso, uno sguardo persuasivo e tanta pazienza.
L’altro giorno in un negozio di Sousse mi è stato offerto un pessimo caffè per ingannare i lunghi tempi della trattativa.
Per il popolo tunisino la compravendita è un’arte che non conosce fretta.
Adesso nella mia camera d’albergo, chiusa in cassaforte, c’è una parure d’argento intarsiato e turchesi. Celestiale.
Bevo il mio thè alla menta.
Senza fretta.
Fra tre giorni rientrerò in Italia.
Mi sento un frutto sbucciato a metà.

14 commenti

Trackback e pingback

Non ci sono trackback e pingback dispinibili per questo articolo

Lascia un Commento