(questo post non ha titolo)

La musica è alta, troppo. Si può bere o ballare. E forse è un bene che così sia.
Il locale è saturo di turisti e residenti benestanti. Tedeschi che tracannano birra, francesi che sorseggiano vino bianco – diomio-, ucraini che ingollano vodka.
Io bevo Thibarine: un liquore a base di erbe e cannella tipico della zona.
Sono seduta accanto a Effe ed Effe è seduta accanto alla conquista settimanale. Carino, interessante morfologia. Peccato per gli occhi azzurri, vagamente stralunati, specchio di un intelletto debole.
Effe ride, lui ride, tutti ridono. E chi non ride, sorride. E balla. O beve.
Io ho accanto un tunisino mezzosangue dai lineamenti troppo europei e dagli occhi verde acqua.
Tenta un elegante approccio in francese al quale rispondo nel mio, di francese. Lo capisco perfettamente ma fingo di balbettarlo appena. Ho voglia di bere il mio Thibarine in tutta "tranquillità".
Karim si avvicina al mio orecchio e passa in un battito di ciglia dal francese all’inglese.
Così va meglio? dice. Incastrata. Così va meglio, grazie.
Belle mani. Grazie. Quanto ti fermerai qui? Ancora per poco, giusto un paio di giorni. Ti è piaciuta la Tunisia? Abbastanza. Perchè solo abbastanza? Perchè per me quasi tutto è abbastanza.
Sei venuta sola? No, con Effe, la biondina che ride, due posti più in là. C’è qualcuno che ti aspetta a casa? C’è qualcuno che mi aspetta a casa? Tutti hanno qualcuno che li aspetta a casa, Karim.
Intendevo, c’è qualcuno che desidera riabbracciarti, presto? … Non lo so. Buon per me! E ride.
E’ vestito di lino beige, profuma di buono e questa è la prima e l’ultima volta che lo vedrò. Sorrido, di rimando.
Vuoi il bis? Veramente sono già al terzo bicchierino di liquore. Buon per me! E ride. Sorrido, di rimando.
Si alza, va al bancone del bar e, mentre ordina il mio quarto Thibarine, inchioda il suo sguardo al mio.
Sono le tre della mattina, seduta in questo posto dove tutti ridono o ballano. Mi gira un po’ la testa.
E improvvisamente.
Fulmineo come uno spasmo muscolare. Il pensiero di te. Prepotente. Dilagante.
Mi sento come se non potessi più fare un solo respiro senza sentirti.
Adesso esco da questa bolla di fumo, risa e balli e ti chiamo. A casa, chè il cellulare sarà spento. E ti sveglierò solo per dirti che qui, in questo momento, mi sembrava di non poter fare un solo altro respiro senza sentirti.
Cerco Effe con lo sguardo. Ho bisogno di tenermi ancorata alla poltroncina. Niente… Lei sorride alla sua nuova conquista, civettuola.
Sento salirmi un groppo in gola. Lo sguardo si vela. Questo proprio non me lo aspettavo.
Devo fare appello a tutte le mie razionali resistenze per aspettare educatamente il ritorno di Karim e non sgusciare fuori dal locale. Per cercarti, a duemila chilometri di distanza, traboccante di nostalgia. Ci riesco, non sono come.
Rifiuto il mio quarto bicchierino di Thibarine, congedo un perplesso Karim, avverto Effe di voler rientrare subito in albergo.
In due minuti netti sono sulla strada principale di Sousse a respirare a pieni polmoni.
Questo proprio non me lo aspettavo.
Cerco un taxi. Non contratto nemmeno sull’importo della tratta Sousse-El Kantaoui. Il tragitto dura diciotto minuti. Pago, saluto, entro nella hall, prendo l’ascensore, arrivo al mio piano, cammino spedita fino alla camera 326, infilo le chiavi nella toppa, irrompo nella stanza, scaravento i sandali in un angolo, mi spoglio e mi butto sul letto. Sfinita.
Mentre mi sto per addormentare penso che al mio rientro non potrò non dirtelo. Non so come, ma non potrò non dirtelo.
E questa consapevolezza mi tranquillizza. Già. La consapevolezza.

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