(questo post non ha titolo)

Il sole è una lama di luce che filtra dalle persiane bianche e si abbatte sul parquet.
Il pulviscolo ondeggia, sospeso a mezzaria.
Io emergo da un sonno solido, nero, chimico.
Sul comodino la sveglia digitale dichiara le sei e ventisei. C’è ancora silenzio, fuori.
I manovali dell’impresa edile arriveranno tra poco. E saranno il caos e la polvere.
Mi manca il platano. Mi manca un tempo complice.
Ho appena aperto gli occhi e ragiono già per sottrazione.
Questo vuoto di fondo mi rende una postilla alla vita di qualcuno.
Sono stanca. Guardo il pulviscolo che ondeggia, sospeso a mezzaria.
La luce non è fatta solo per gli occhi.

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza d’attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
tra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto.
Verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

[ Clemente Rebora ]

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