(questo post non ha titolo)

Moon ha la pelle di cartavelina. Gli occhi grandi, di un azzurro slavato, con i quali ti guarda, assente.
Ride meno degli altri bambini. E’ più stanca. L’ho scelta come compagna di giochi perchè percepisco che si sta adattando, giorno dopo giorno, alla sua nicchia d’ombra.
Al suo letto bianco, al suo apparire sciupata.
Ogni volta che la vedo arrivare, sorretta dalle sue gambine secche e deboli, sento montare una compassione insostenibile. Si accuccia sul plaid, tocca piano ogni oggetto, ne prende uno. Gioca per inerzia, lo vedo.
Parliamo poco io e Moon. La aiuto a spazzolare i capelli alla bambola, a metterle i vestitini e a scegliere i colori con cui pitturare gli album di disegni.
Da un po’ non ama più colorare. Si avvicina ai finestroni e guarda fuori, sul viale.
Mi sono chiesta più volte se vede davvero tutto in bianco e nero, ormai. Sua madre la segue come un’ombra. Tra un po’ andremo a fare una passeggiata in giardino, appena starai un pochino meglio.
Moon annuisce, si gira verso di me e mi chiede: "Quando torni?". Giovedì. "Non venerdì?". Venerdì è festa, Moon.
Poi mi fermo. Scema che non sono altro. Mi strapperei la lingua. Lunedì, mercoledì, venerdì. Per lei non fa differenza: si muove su tempi scanditi diversamente. La consuetudine di queste corsie non le consente nemmeno più di ragionare in termini di feste, vacanze, ponti, gite.
Mi strapperei la lingua. Lei abbozza un sorriso. "A giovedì". Accarezzo quei fili sottili e scuri che sono i suoi capelli e soffio un "Ciao".

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