(questo post non ha titolo)

E’ la mia voce che rende acuto il cielo. E misura con precisione la distanza dalle cose.
Seduta su una panca di legno, mille miglia lontano dai banchetti della Sagra delle sagre.
Mangio lingua in salsa verde e guardo truppe di avvinazzati che ridono.
Mi rifugio in un udito selettivo isolandomi dal loro cicaleccio.
In mano ho un calice di barbera premiata dalla Douja d’or. Sontuosa.
Attorno, grappoli di palloncini colorati oversize. Delfini, personaggi di cartoni animati, draghi.
Che nostalgia, quand’ero piccola io e si poteva scegliere solo il colore.
Arpiono un paio di ravioli d’asino dal piatto di Effe e li assaggio. Buoni, ma non ho l’appetito che servirebbe, qui, oggi. La torta alle nocciole? Forse dopo, con un bicchiere di moscato. Al dolce difficilmente rinuncio.
Stranamente mansueta, continuo a guardarmi attorno. Claustrale.
Quel che c’è di persistente, ogni giorno. Le venature bronzo di certe foglie ancora attanagliate ai rami. Gli epistèmi innegabili. Che nego sistematicamente. Il gocciare di velenose dimenticanze e sperperate assonanze.
Arrivo a pensarci anche ora. Ora che mi perdo le risa che non ascolto.
Come è possibile che non siano le mie?

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