(questo post non ha titolo)

Sotto raffiche violente di parole, finisco assiderata ai bordi del percettibile.
La nebbia si è conquistata le vie del centro, densa. Un labirinto bianco e brulicante.
Per una manciata di secondi di fila mi godo simultaneamente due dei piaceri cruciali e antitetici della vita: omogeneizzarmi ed isolarmi.
Unico motivo trascendente me, un carillon. In resina e legno, con cavalli smaltati che salgono e scendono, muovendosi in circolo. Le luci del capitello in tessuto dilatate dalla condensa sulla vetrina. Non sento la melodia ma la immagino. E la ascolto.
L’oggettività spietata, specie riguardo a me stessa, è sempre stata una strategia sociale funesta.
Discendiamo tutti da una stirpe di spacciatori di mezze verità i quali, per convincere gli altri, escogitano l’espediente di persuadere se stessi, prima.
E’ un’amara corteccia la coerenza. Ha l’odore e l’inviso profilo della perdita. Sbatte rabbiosamente le porte. S’inabissa e si inalbera, ebbra del proprio fragore.
Oggi mi lascia la bocca commossa, nel senso della sua rincorsa.

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