(questo post non ha titolo)

Ne ho, di difetti. E non faccio nulla per negarli o minimizzarli. Spesso sono la prima cosa che presento sul piatto, in bellavista: mi raccontano meglio di quanto possano fare pochi, sparuti pregi.
L’eccessiva prontezza a mostrarli mi crea evidenti problemi di relazione, già, ma considero pornografia spicciola spacciarsi per quel che non si è, neppure a volersi inventare.
Per chi ha la bontà di proseguire non risulto indigesta nemmeno al palato più schifiltoso.
Mi piacciono le persone perseveranti, quelle che seguono gli indizi e non una blanda evidenza.
Mi piace chi non ti vomita addosso la sua verità, considerando la tua un mero corollario. Chi evita accuratamente di prosciugarti per risanarsi, chi non ti sogna addosso, imputando poi a te un risveglio nauseante. E non so perdonare. Se lo faccio è solo perchè non ho altra scelta – e mi dilanio perchè sono stata ridotta a perdonare.
Dal salotto arriva l’effluvio vertiginoso di quattro steli di tuberosa.
Ho tentato di vedere se in me ci fosse un qualche residuo di aspirazione alla mimesi della piccola piaciona borghese. Niente da fare.
Mauro Corona mi definirebbe un acero, probabilmente. Mentre, nella vita, serve nascere betulla.
Sto divagando, oggi va così. Da nodoso acero quale sono, mi sento di dire solo questo.
Gli insegnamenti più importanti li ho incassati da chi mi ha schiacciato e reso ancora meno di quello che ero prima di espormi al suo verdetto amichevole. Cosa che io non ho mai fatto, perchè io non schiaccio nessuno. Per male che gli vada gli faccio presente che ha sbagliato a scegliersi me come suo giudice. E scompaio.
Chi necessiti di scovare un maestro adeguato alle sue modeste intenzioni di falsario, beh, salga su un altro palcoscenico.

 

21 commenti

  1. Anonimo

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