(questo post non ha titolo)

Mi chiedi di comunicarmi, di scarnificarmi fino all’osso. Per conoscermi. E mi domandi come sarei, se.
Sarei densa, io, da abbracciare e contenere. Mieterei dalle labbra grappoli di sferee umidità vocali. Incendiando l’accademia della lontanaza e l’arcadia delle tristezze pratiche.
Quanta energia repressa a scaricarsi in un abbraccio. Stiverei midollo, sangue e spirito per i letarghi della ragione, a venire.
Un desiderio da versare oggi dentro domani. I segni delimitanti del gesso, cancellati.
Mi chiedi di raccontarmi, di debordare oltre me e non avere limite che l’intelligenza possa conservare.
Sarei densa, io, da ingoiare fino all’ultimo boccone. Formulerei promesse che rinnovatamente manterrei, in bilico sulle mie caviglie gotiche.
La felicità si gode di più se la si isola completamente dalla fumosità di un garbato quanto misero contorno.
La mediocrità dei sentimenti mi fa male, così male.
Raccoglimi prima dell’immediatezza verbalizzata di una sensazione. Prima di ogni sovrastruttura.
Vedi adesso, per esempio: non riesco a prendere sonno. La porta è accostata.
E i miei pensieri trasposti su questa pagina perdono ogni attrito estetico, già.
Ma mi fanno convergere verso l’angolo più acuto della mia intimità. Densa.
Quanto poco mi costa credere che mi raccoglieresti!

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  1. pi3

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