(questo post non ha titolo)

L’Artigiano in fiera è una delle esposizioni più belle dell’anno. Una delle pochissime occasioni in cui la calca, l’odore di sudore, le file al bancomat e quelle al bagno sono un insulso dettaglio.
Quest’anno a MilanoCity hanno annesso tre nuovi padiglioni, ergo: dieci padiglioni da visitare. Tempo a disposizione otto, massimo nove ore a partire dalle dieci della mattina. Un’impresa.
Entriamo da porta Scarampo e mi trasformo in un poitevin. Con passo scalpitante e sguardo selettivo procedo spedita tra i filari di espositori e la fiumana di visitatori. Effe ed il Conte mi corrono appresso, vagamente in apprensione. Padiglione dopo padiglione, crampo dopo crampo mi aggiudico: una mantella peruviana da regalare a Natale alla bimba di Cristina, una camicia di manifattura sorrentina per mio padre, una dozzina di saponi provenzali aromatizzati alla lavanda, rosa e calendula, un liquore di liquirizia pura che tanto mi ricorda le mie estati in Calabria, un ciondolo d’ambra polacca con inclusioni da estasi (prelievo al bancomat d’obbligo, argh), un diffusore per essenze ed un porta candele marocchini in terracotta.
Ho pranzato con un kebab turco e spizzicato un pretzel salato bevendo birra bavarese -casa dolce casa-. Assaggiato formaggi caprini baschi e osato una fetta di salame alle prugne, inaspettatamente buono. Le due comari schizzinose mi guardavano esterrefatte ma io sono fatta così: provo tutto.
Davanti a porta Carlo Magno, dopo aver visto l’ultimo padiglione e meditato a lungo sull’acquisto di una maschera in legno intagliato dello Sri Lanka (per la cronaca, ho desistito), mi sono afflosciata su un gradino delle scale.
Lo spirito del poitevin mi ha abbandonato ed ho ripreso il controllo di me stessa. Molto male. Perchè da quel preciso momento a quello che mi ha visto poggiare le terga sul sedile della macchina è stato un calvario. Le braccia indolenzite, i piedi gonfi, il fiato corto, le giunture scricchiolanti. Due chilometri e mezzo ad invocare una forza sovrannaturale che mi tenesse in piedi e mi accordasse il passo. Sono stata esaudita.
Dopo essere salita in macchina ricordo qualche minuto di luci natalizie, luci rosse di macchine in coda, luci lampeggianti, al casello. E poi. Caddi, come corpo morto cade -in un sonno tassativo-

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