(questo post non ha titolo)

Questa attenzione vigile, sfrontata e gonfia d’orgoglio. Che finge di non tralasciare nulla, di includere, contenere, qualificare.
E invece non è che un brandello di bufera che s’accascia su una panchina davanti al mare.
Distinguere il dolore da tutto ciò che dolore non è*. E’ sempre più difficile.
Ma il bagaglio del ritorno è impresso negli occhi, magnifico. E’ luce e sabbia e cani che corrono sulla battigia e salsedine sulla sciarpa. Il rosa e l’arancione sottratti al sole e assorbiti dai cumulonembi. Una sorta di cloudspotting a scompaginare i pensieri, a svuotarmi le ossa.
Al rientro albeggia la notte. Senza soluzione di continuità, scorre veloce accanto all’asfalto verso il buio dell’ovest. Mentre guido sorrido della mia saggezza claudicante e della mia resistenza scriteriata.
In breve tempo, dallo spazio indistinto della strada emerge la scenografia urbana che chiamo casa.
Spuntano superfici e luci e concretezza, in successione. L’umore vacilla, ma solo un momento.
Ho il mio bagaglio, impresso negli occhi.

                                                                                                                       * Wislawa Szymborska

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