(questo post non ha titolo)

Dopo aver compiuto i trent’anni, in qualche momento imprescisato fra quando sono scesa da quell’auto per l’ultima volta ed il ritorno a casa, mi sono ricordata della Mia Vita. E mi sono chiesta cosa contenesse.
L’unica cosa che mi compensa per il poco che c’è dentro è la certezza dell’amore che provo per questo poco. Per questa dozzina di luci colorate, un paio di libri che sono diventati un po’ miei nel mentre della lettura, certi amici, certe amiche, il piccolo talento che ha fatto di me una cuoca autodidatta, la stupefacente emozione che continuo a provare quando mi incanto di fronte all’Allegoria della vita.
Alcuni sapori, alcuni odori, una manciata di notti ballerine, alcune risate che non si sono ancora spente del tutto nella loro eco.
Per questo e poco altro. Sorrido spesso, mangio con appetito, bevo volentieri qualcosa in compagnia, mi piace chiacchierare al telefono e quando arrivo a casa distrutta e decido che non ho voglia di cenare e vado a letto mi invade un piacere difficile da descrivere.
La deliziosa produttività della stanchezza muscolare, obiettiva, misurabile. L’unica che scaccia l’insonnia e, con essa, tutte le domande di un intollerabile cattivo gusto sul futuro, sul destino della mia vita e tutto il resto.
Ogni volta che sento qualcuno lagnarsi del bisogno che ha di più tempo per se stesso, mi si rizzano i capelli.
Io ho bisogno di meno tempo, ho bisogno che me lo tolgano, che me lo differiscano, che non conti.
Perchè, se c’è qualcosa d’avanzo in tutti gli anni che ho perduto è proprio questa, il tempo.
Pertanto il mio principale obiettivo nei prossimi sei mesi sarà impiegare il mio tempo, saturandolo. E se non avrò abbastanza con cui saturarlo, dilaterò quell’abbastanza fino a farlo diventare adeguato.
Fino a leggere nel rilassamento delle mie spalle la ricompensa maggiore del vivere aspettando.

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