(questo post non ha titolo)

Leggevo Grossman e mi sono ritrovata a setacciare il tempo passato. Non so perchè. Consapevole delle conseguenze tendo ad evitare accuratamente i rendez-vous col vissuto. E mentre ammucchiavo nomi, volti, odori, corpi sempre più vaghi, alla fine identici fra loro, in una regione marginale della mia memoria, esaminavo il carattere delle aspettative che, nel tempo, ho nutrito -una complessa gamma di miraggi in cui è entrato di tutto, dal progetto più ragionevole al frutto più folle di una transitoria demenza emotiva –
Ma ora, ora neppure questo. Non sono più capace nemmeno di follìe.
Tuttavia vivo per ricordare quel tremore, per riviverlo, per esorcizzarlo rivivendolo.
La mia effimera pienezza sprecata…
Mi sento come una passeggera accidentale del mondo, una comparsa imprevista di una rappresentazione teatrale in una lingua morta, uno strumento accordato due toni sopra il resto dell’orchestra. Viziata da una tiepida sbronza di malinconìa che si esaurisce in un rosario di piccoli malesseri.
Non voglio nemmeno pensare di accettare questi poveri riti di autocompassione, non voglio sigillare la vita. Ora ho bisogno di romperla, farla saltare in aria, ridurla in frantumi talmente piccoli da non potersi più ricomporre e cospirare a favore della nostalgìa del tempo passato remoto.
Serve solo un complice in questo passatempo d’emergenza.

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