(questo post non ha titolo)

Mentre fingo di lavorare o lavoro per davvero, quando preparo da mangiare o guardo un film in televisione, mentre gioco con i bambini dell’ospedale infantile o faccio la spesa alla Coop.
Mi piego con destrezza alla routine di un personaggio che non sono più esattamente io, perchè nella zona più profonda del mio cervello il tempo obbedisce ad una regola impassibile, e diventa veloce, e sopportabile, solo se ogni secondo non è eterno. E non c’è altro passato ne’ altro presente ne’ altro futuro che un labirinto a due uscite: il fallimento o il tesoro.
Sono abituata a questo genere di giorni, so domarli, anche se non riuscirei mai a sviscerare il meccanismo di un fenomeno legato ai loro peggiori eccessi, la misteriosa duplicità che distinguo in me stessa con molta maggiore chiarezza che nei bei momenti, per esempio, quando l’indizio più insignificante dota la mia speranza di ali talmente potenti da sollevarmi senza difficoltà sopra il vasto e solido universo del buonsenso e l’insopportabile ambiguità dei sentimenti umani.
Non si tratta di vivere due vite diverse -quello in fin dei conti è comune a molti- ma di vivere una sola vita da due nature diverse, nei concreti limiti della mia persona. Una parte di me ha perso ogni speranza di potere un giorno sollevarsi ed esistere e la parte esistente non possiede la forza di deragliare dai binari della prudenza.
Orbene. Adesso passerò a dissimulare la punta di sconforto affiorata appena dalle mie dita regalandomi la più malsana delle serate ad elevato tasso alcoolico. Statemi bene, gente.

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