(questo post non ha titolo)

Il mio problema è sempre il ritorno.
Testimone incorruttibile di ciò che mi piace chiamare col proprio nome: solitudine.
Carica di bagagli percorro i pochi metri che mi separano dall’auto al portone di ingresso.
Dovrei pensare ai venti gradi che mi hanno cotto le guance sabato pomeriggio in riva al Chisone. Al sontuoso binomio pierrade/nebbiolo duemilatre di Piccaluga che m’ha distratto perfino da Flavio Oreglio in vena di battute, al tavolo di fronte. Ai fondisti russi che sfilavano davanti a casa in tenuta da jogging. Ed anche ai fondisti croati, a quelli polacchi a quelli austriaci. Evabè.
A questo dovrei pensare. Perchè i momenti di distrazione dal piatto mare di metallo in cui navigo, immobile, sono preziosi -quanto rari- E invece no.
Sono qui che cammino verso il portone di ingresso, il cancello si sta richiudendo alle mie spalle ed una tremenda sensazione di vuoto, come un buco freddo ed umido che avanzi senza posa dal centro del mio corpo per conquistare anche il più insignificante residuo di calore, mi annulla progressivamente ad ogni passo.
Conosco molto bene questo sintomo, l’artiglio della desolazione che mi ghermisce, in agguato tra i mobili di casa, quando l’orologio mi obbliga ad abbandonare il pensiero delle ore sode appena vissute per costringermi a preparare una cena minima, consumata alla luce della tv, svogliatamente, prima di sdraiarmi per pura disciplina nel letto. Le valigie ancora da disfare.
E chiudere gli occhi, illudermi di controllare le extrasistole che rintoccano al centro dello sterno e prepararmi ad affrontare una settimana identica a quella precedente, identica a quella immediatamente successiva. Quel tempo fra parentesi che è la mia vita.
Però, quei fondisti…

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