(questo post non ha titolo)

Dovrei lasciare andare questa storia. Ormai è sempre con me, ed è un peso improbo. E sterile.
Spengo il motore della macchina che ho portato fino all’estremità del molo, scendo, mi accuccio sugli scogli e immergo le dita nell’acqua, lasciando che il trauma del freddo mi inghiotta la mano.
Mi sento avvizzita e brulla, una terra granitica ricoperta di scogliere frastagliate e taglienti. Tolgo la mano dall’acqua e lascio che le gocce cadano giù. A volte penso che se raccontare spesso una storia potesse alleviare il dolore, da farmi scivolare giù per le braccia le parole, via da me come acqua, racconterei questa storia mille volte -la storia, non le conseguenze-
Ricordo quei momenti non soltanto per se stessi, ma per la consapevolezza che oltre quei ricordi si trova un istante del tempo che non può essere cancellato. Ogni immagine è un passo fatto nell’incoscienza, o per lo meno nell’oblìo incurante del desiderio. Quando, anche appoggiando i piedi a terra si continua a ondeggiare, a sentire il rintocco delle emozioni in pieno petto.
Non possiedo molte fotografie di quei cinque anni. Ho una sola foto di Chance in cui non è girato dall’altra parte. L’ho scattata alle nove di un mattino di aprile a Santo Domingo, qualche mese dopo il nostro primo incontro. In quella foto sembra senza età e mi guarda, attraverso l’obiettivo, come se mi conoscesse da un pezzo, dall’infanzia forse. Se si potesse fermare il tempo io lo fermerei a quel mattino.
Tutto l’immenso resto non so raccontarlo, ancora.

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  1. Anonimo

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