(questo post non ha titolo)

Ho acquistato un cactus, ieri.
Un acanthocalycium catamarcense. E’ una palla di spine, un buffo ossimoro in cui mi specchio mica poco.
Con ammirevole disciplina continuo i miei affanni in palestra, le mie animate discussioni con Hawk, il mio tergiversare su un incontro, lunghe telefonate nelle quali Effe m’aggiorna sulle sue baruffe amorose.
Sul limitare delle mie labbra restano sempre le parole più importanti, non c’è verso che riesca a soffiarle fuori.
E benchè senta di potermi ancora sciogliere in pura emozione non trovo catalizzatore efficace.
Così. Permango in un ristagno allibito e sospeso, in un’atmosfera di indolente torpore.
Dipende da me? Probabile. Contorcersi non equivale a muoversi. Dalla finestra vedo un cielo in bilico tra il grigio e l’indaco, traboccante sulle cose da non fare e su quelle da farsi.
Ho finito i pensieri, dubbi e domande in ugual misura.

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