(questo post non ha titolo)

Non ho quasi mai mezze misure. E questo blog ne contiene le prove e gli alibi, affastellati.
In questi giorni sfodero un sorriso patinato da fare invidia a quello chimicamente sbiancato della Ventura.
Ho programmato una crociera nel mediterraneo per fine maggio, fissato l’appuntamento con Mauro per il terzo tatuaggio, prenotato il volo per le ferie di questa estate.
Ho smesso la pillola anticoncezionale che assumevo più per abitudine che per necessità. Acquistato piante, tagliato in due una sim, osservato me stessa da un punto che mi concedesse d’essere più indulgente.
In questo vortice di irrilevanze mia nonna sta morendo.
Compie novantun’anni il diciannove di questo mese. l’Alzheimer l’ha portata lontano da tempo, ormai, ma una brutta bronchite da cui non riesce a riprendersi se la sta portando via lentamente.
E’ l’unica nonna che abbia mai chiamato Nonna. Donna energica, ottimista, pragmatica, autosufficiente, buona d’animo. Quel poco di dialetto pavese che conosco l’ho imparato sentendola parlare con mio padre. Non ho mai avuto una quotidianità con lei, qualche visita a fine settimana alterni, vista la distanza.
Ho ricordi della sua casa, dell’odore di umido che sprigionavano le mura, della sua gallina in brodo, del suo agitare la mano quando la nostra macchina si allontanava dal cortile dove viveva, sollevando nuvole di polvere. Qualche bacio, qualche abbraccio, tanto buonsenso popolare.
Non posso dire d’averla tanto amata ma, quantomeno, non l’ho visceralmente detestata come i genitori di mia madre che, in sinergia, hanno stravolto il mio concetto di nucleo famigliare obbligandomi ad un progressivo e, poi, compulsivo bisogno di riferimenti esterni.
Mia nonna sta morendo, sono tre anni che non la vedo. E non sento di potermi concedere ad un naturale e comprensibile dolore.

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