(questo post non ha titolo)

Chiacchiero con Effe al tavolo di una trattoria "del territorio" nella quale mi chiamano per nome, ormai.
Una bottiglia di nebbiolo in due e due professionisti sulla cinquantina al tavolo accanto che ci guardano con insistenza, concupiscenti, sorriso idiota e fede al dito, entrambi. Abbassa quello sguardo, stronzo.
A volte basta semplicemente dirle, le cose -curioso come mi riesca al meglio in condizioni chiaramente imbarazzanti- I due professionisti, abito di pessima fattura e coniglio alla ligure nel piatto, sfumano i sorrisi idioti e devìano lo sguardo. Arrotolo i tajarin al sugo di salciccia e porcini e li accolgo in bocca. Effe mi ammonisce con gli occhi, io le strizzo uno dei miei. Lo sai che sono irascibile, no? E poi, dai, sono l’inno alla turpitudine. Ride. Io meno, ché so cosa c’è dietro a pungolarmi, a rendermi rabbiosa.
Disavvezza all’affidamento incondizionato, alle deroghe, alla famigliarità di una vicinanza che non sia quella con me stessa. Vorrei contenere tutto come un grandangolo e non ci riesco, non ne sono più capace.
Quando ho disimparato?
Ho a che fare con una contrattura emotiva, di quelle che dolgono e straripano in un urlo affilato. Il lusso della pazienza sta soccombendo alla stizza. Questo giocare di rimessa, sostenuta da un rabbioso senso della misura e da qualcosa di molto simile ad una selvaticità acquisita, mi limita ad una traiettoria appena tangente le persone.
Ma non sono pensieri sabatini, questi.
Finchè non riesco a concedermi un impluvio emotivo ripiego su quello degustativo. Scaglie di fondente e bicerin di barolo chinato, grazie.
                                                                 
                                                            Nella mia consapevole fragilità tu sei il tendine che mi fa vibrare.
                                                            Sei il tendine che suona. 
                                                            Quello che vorrei.

 

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