(questo post non ha titolo)

Mi sveglio di soprassalto. Sushi ha frantumato, lasciandolo cadere dal comodino, il mio portacandele tunisino in terracotta, dipinto a mano. Non è ancora l’alba e già mi va il sangue alla testa.
Questa volta ti uccido, sibilo. Gli corro dietro con una ciabatta in mano, lo bracco in un angolo del salone e lo agguanto per la collottola, decisa.
Lui punta le zampe contro di me, miagola sguaiato, rizza il pelo. Faccio l’errore di guardare nei suoi occhi. Non mi ha mai visto così. E’ spaventato a morte, trema, temo gli ceda lo sfintere. Galleggio per un istante tra inconsapevolezza e presa di coscienza. Poi. Mi cade la ciabatta di mano, la pressione ed un pianto frugale ma sciolto. Il presto è diventato tardi ed io una riflessione sulla consistenza dell’affetto che nutro per questi quattro chili di pelo non riesco a farla.
Me lo porto nel letto e mi ritrovo ad essere calmata dal suo respiro prima ancora di quanto lui non si lasci calmare dalle mie carezze dietro le orecchie. Poi si è alzato il sonno e la paura di entrambi si è persa.
La mia è tornata adesso che scrivo, adesso che valuto la trasfigurazione di cui è capace.
Io non sono così, no. Ma gli argini ed i margini ai lati dei quali non mi riconosco stanno scemando.

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