(questo post non ha titolo)

Sognare l’Urlo di Colombotto Rosso, appollaiata sulla guglia di una chiesa neogotica. Guardare quella bambina dalle orbite vuote e la bocca spalancata come quella d’un uccellino affamato che t’aspetta, sul sagrato –il presentimento del dolore ti pietrifica come un enorme e goffo Gargouille
Svegliarsi. E restare con un grumo solido in pieno petto. Un punto senza alcun a-capo, ché la notte mica prosegue… Si ferma qui.
E tu che non puoi chiudere i battenti all’impatto delle percezioni notturne accendi la luce per rassicurarti. Non c’è la bambina affacciata dal soffitto. Eppure ti pare di sentirlo echeggiare quell’urlo, vuoto come un pozzo.
Arriva o ritorna da chissà dove, quest’ansia che ti fruga sottopelle e ti fa sciabattare fino in cucina, al buio, per prepararti una tisana a caso. E mentre l’acqua indugia a bollire ritrovi lucidità e declini l’inquietudine come puoi.
‘Fanculo ai debiti affettivi appesi dietro la porta, ai silenzi larghi, ampi come piazze vuote. Alle bocche troppo belle per dire parole che fanno male, a chi si svende ad un prezzo ancora troppo alto, alla sintassi del compromesso. Agli sconosciuti dagli occhi incompatibili, al disordine nei cassetti, al midollo dell’anima che preme e duole.
Una golata di erbe rilassanti e ritorni in camera da letto a riprendere le fila del sonno. L’abat-jour accesa e un paio di occhiate al soffitto prima di allentare la veglia, ché non si sa mai.
Sembra una vita fa. Stamattina il soffitto è bianco ed il telefono lampeggia vibrando sul comodino.

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