(questo post non ha titolo)

Mentre questo sabato c’era chi impazziva d’acredine davanti ad un computer, io godevo.
Seduta nel loggiato del castello di Torrechiara, lo sguardo appoggiato sui vigneti circostanti, tentavo di indovinare il nome del vento che mi sospingeva da tergo, tiepido.
Dall’alto di una struttura guerresca ho ristabilito un personalissimo ordine delle cose accadute negli ultimi mesi. Chiuso gli occhi e sentito rotolare giù, in fondo, un singhiozzo asciutto. Di quelli che liberano, svincolano e, di poi, placano. E mi sono detta che allontanarsi momentaneamente dalla zona dove ogni cosa è definita e reclama un nome è una libertà cui non voglio rinunciare, adesso. Nella mia vita desidero ancora l’insondabile e l’imponderabile e l’intuizione a guidarmi attraverso di essi.
Tenere stretto quello che domani non varrà più niente e quello che per me oggi vale ancora qualcosa.
A queste percezioni limpide giunte quasi a tradimento sono profondamente grata: ciò che imparo attraverso di esse non potrei mai insegnarlo.
Mi lascio accompagnare sulla soglia del sonno con questa chiosa [per la quale ringrazio Ohannes] e che sarebbe opportuno spargere come miglio, attorno, per poveri piccioni.

"…ed un crollar di spalle dirocca i fortilizi del tuo domani oscuro"      E.M.

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