(questo post non ha titolo)

Lo srotolarsi sciolto dei giorni a volte si inceppa bruscamente.
Bastano troppo caldo, troppa umidità, lo sfiorire dei rami degli alberi e la prematura comparsa dei germogli. Non trovare più Kirye all’ospedale infantile e sentirsi dire che no, non è stata momentaneamente dimessa.
Ed il fiato corto, le mani marce di sudore, aver bisogno di una sedia, uno sgabello, va bene anche il pavimento, ché quando le gambe cedono mal che vada t’accasci a terra.
Avvertire una pressione insostenibile, sentir spuntare alcune lacrime sull’orlo delle palpebre, obbligarle a retrocedere contando all’indietro. Prima da cento fino a cinquanta di tre in tre, poi da cinquanta a zero pensando solo ai numeri dispari, finchè non arrivo a diciannove con la garanzia di avere gli occhi asciutti ed aver scampato il collasso, d’essere ancora presente a me stessa.
La tristezza abita fissa dentro di ognuno, forse solo dentro alcuni, dentro di me certamente. Mi abita dentro come una fiera sonnolenta, acquattata in qualche piega dello stomaco, con il collo teso e gli artigli frementi di smania, sempre pronta a saltare alla gola. Tenerla a bada durante il giorno è un allenamento che ha dato i suoi risultati. Cento numeri, cento cifre esatte che si lasciano manipolare senza alcun lamento, al contrario dei ricordi e delle emozioni prevaricanti come quella che provo adesso, pensando a Kirye, seduta su un piccolo sgabello di plastica rossa.
Concedermi di piangere sul limitare del sonno, quando i contorni degli oggetti si fanno più blandi e l’illusione di quello che voglio sentire cede senza allarme alla netta coscienza di quanto so con certezza.
Questo lusso aspetterà stasera.

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