(questo post non ha titolo)

Trascorro giorni a quasi contatto con le cose, gli eventi, la gente. Gente brulicante, cicaleggiante, attorno. E m’aspetto di emulsionarmi ancor più che d’amalgamarmi.
Poi, al primo accenno di contatto sostanziale, mi chiudo di scatto, dura come un ventaglio, e scelgo di passeggiare, di mondare questo senso di inettitudine da sola, facendomi largo tra l’erba medica ormai alta e qualche papavero. E’ una collera sottile e ardente quella che mi traghetta dai giorni alle notti, inquieta e offesa e impaurita. Paurosa di quella paura sconosciuta agli animali; quella della prefigurazione degli eventi, del sospetto della loro venuta e del loro travolgere. Se gli occhi sono lucidi e gravi, se i miei gesti sono tappe faticose perfino per reggere le fila della conversazione o di un periodo scritto, è perchè mi sento come una nuvola gonfia, pronta a piovere.
E di fronte a questo, davvero, io non saprei che fare.

30 commenti

  1. gh7
  2. Anonimo

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