(questo post non ha titolo)

Già. Che fine ho fatto.
Quella di chi si rifugia in montagna e spende il suo tempo nel migliore dei modi possibili. Lasciandolo scorrere.
Quella di chi percorre in due ore la pista di fondo ormai erbosa e si ferma a raccogliere i fiordalisi ai lati del sentiero. Che scorge una capinera e prova a fotografarla senza tener conto della sua indole timorosa. E se la vede volar via, ché questo è il periodo degli amori ed il canto preme in gola.
Ho fatto la fine di chi si dimentica il maquillage a casa e si veste senza badare a cosa indossa. In valigia due tute, un paio di jeans ed una felpa: c’è poco cui badare.
La fine di chi impara a giocare a Macchiavelli in un pomeriggio in cui le nuvole viaggiano ad altezza uomo e si accende la stufa in casa e si beve una tisana al biancospino zuccherata col miele.
Ho decantato nella fine di chi non vuole tornare al campo base. Di chi si scorda il blog, le scadenze, le impellenze e un demenziale corollario di inezie.
E’ passata una settimana. Le mie ténere difese d’ufficio hanno ripreso il loro posto ed io ho ricominciato a muovermi nel sostanziale timore dell’inutilità del mio movimento.
Intercettando piccoli frammenti di consapevolezza come fossero le frequenze di una stazione radio.

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  1. Sds

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