(questo post non ha titolo)

Impacchetto tutto questo desiderio con carta riciclata a fiori e lo butto in un cassetto?
No. Scelgo di sorreggerlo con le parole, di trattenerlo offrendolo su un piatto da portata.
I polpastrelli non si lasciano addomesticare e si muovono veloci sulla tastiera. Ho l’ambizione di descrivere il mio io desiderante con efficacia ma c’è il rischio -nemmeno troppo remoto- che questa pulsione che mi guida attraverso i giorni risulti scarnificata, disossata d’una polpa che contempla i sensi, tutti. Dal gusto all’olfatto, passando per il tatto, e poi la vista e l’udito. Nessuno escluso.
La lama della parola non sa penetrare così a fondo. Perché è proprio dal fondo che, oppresso dal solo sentirsi, questo desiderio si sta facendo prepotentemente largo, traboccando.
Le pupille scorrono su questo pentagramma, su questo spartito d’appartenenza e smarrimento che mi fa vibrare -sono qui da solo cinque minuti e mi sento friggere il culo-
Ogni ricordo trasmette un brivido, ogni brivido un impulso a cercare. Mi cimento in un braccio di ferro con le lancette che scorrono troppo lente, azzardo una falsa partenza e rimetto il culo sulla sedia. Vorrei dire e mi tocca scrivere. Si gonfia una parola contro il palato, spinge per uscire ma la inghiotto. E’ un boccone gustoso.
Eppure, anche da questo nasce l’incanto… Mi svelo più chiaramente quando mi nascondo.

[…un grazie a Shirasaya. Lui sa perchè]

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