(questo post non ha titolo)

[prima ridondava altro, adesso ridonda questo]

Nel corso delle ultime settimane ho ascoltato infinite variazioni dello stesso discorso.
Disavvezzare le persone ad un atteggiamento che avevi sempre loro riservato e che faceva loro tanto tanto comodo è una scelta che comporta una serie non indifferente di domande, lagnanze, rimostranze, finte inconsapevolezze assolutamente sfibrante. Ti osservano con gli occhi sgranati, grandi come scodelle, come quelli dei bambini che non capiscono, non capiscono davvero, il perché di un no e stanno decidendo se scoppiare in un pianto capriccioso o desistere.
Nonostante l’indecorosa sceneggiata non ho mai perso la pazienza, perchè in me c’è una novità. L’indulgenza mi ha abbandonato come se ne vanno gli amanti, gli anni, i vecchi amici di infanzia.
Ho scoperto che questa mia innaturale impassibilità rende tutto molto più facile, sdoganabile. E’ come se fossi priva di appigli attraverso cui farmi trattenere.
E’ una questione crassamente egoista: non voglio soffermarmi un solo istante su ciò che non mi colpisce al centro fin da subito e nel mio centro ci resta. Ad un’apparenza sdrucciolevole oppongo d’ufficio  un’affossante risata.
Adesso spengo il telefono e mi dedico ad una partita di Mahjong -livello tre- con la leggerezza di chi non intende rivedere e correggere i conti fatti e si intasca il resto.
Alla fine devo distrarmi dall’eco della mia stessa risata e non è facile come sembra.

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