(questo post non ha titolo)

Il paesaggio della mia vita ogni tanto mi viene meno, come la lucidità dopo un capogiro.
E mi dimentico in quell’attimo di ciò che mi sostiene e mi alleggerisce le spalle, a tratti.
Sono una persona che ha bisogno di costanti -quanto nude- conferme, tracce di potenziale benessere.
Un fazzoletto di piastrelle su cui mettere una sedia nelle sere di settembre per prendere il fresco.
Un bacio nel palmo della mano. Una gioia apparentemente fuori dalla portata della mia presenza.
Un sentore confuso e diffuso che rimescola le carte in tavola.
Il prolungamento d’un saluto che promette un ritorno. L’orologio dimenticato sulla scrivania per inventarmi un ritmo sgangherato. Sacrificare l’immobilità ad un desiderio di memoria, a venire.
Smisto dal male la bellezza d’un fragile avvicinamento e la commozione che pensavo definitivamente muta si allarga prepotente in gola.
Questo mi è ancora sufficiente.

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