(questo post non ha titolo)

Piove da giorni. Piove in modo uniforme e noioso e senza vento che faccia innervosire la pioggia, come se non avesse la fretta ne’ la furia o l’urgenza di abbattersi su qualcosa.
Io mi barcameno nella lettura di parole untuose, eccessive, gratuite. La tentazione sarebbe tracciare marcati segni blu invece mi astengo.
Indosso calze settanta denari, scarpette di vernice nera e gonna plissettata. Mi va di sentirmi più scolara che maestrina -maestrina nei modi, sia chiaro, chè la vocazione per l’insegnamento m’ha sempre fatto difetto-
Mi andrebbe di sedermi compostamente e ascoltare qualcuno con attenzione, mento sui palmi. Ascoltare e imparare qualcosa di perfettamente inutile ma ricreativo.
Le gocce scorrono tremule sul telaio della finestra. Rispondo al telefono con voce da uccellino, distante come se parlassi da un altro continente.
Aspetto che ti faccia perdonare. Aspetto compiendo i gesti di tutti i giorni, più qualche altro gesto recuperato ai margini della memoria. Aspetto e mi riconosco stupida nell’attesa.
Oggi non andrò all’ospedale infantile; non saprei nascondermi nemmeno nel gioco più vigoroso e ardente o dietro un sorriso spalancato ma indeciso.

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