(questo post non ha titolo)

La mia panchina sgangherata è occupata da due fidanzatini in odore di maggiore età.
Ho guidato per novanta chilometri e mi ritrovo con questi due polipi usurpatori avvinghiati sulla mia panchina. Evabè.
Scelgo uno scoglio piatto sufficientemente distante dalla coppietta e mi siedo. Ci sono quattordici gradi e il sole è già basso sull’orizzonte anche se sono passate da poco le tre del pomeriggio.
In mano ho il mio taccuino ed una matita con la punta smussata.
Tanto ho poco da scrivere, mi dico.
La verità è che avrei tanto da scrivere ma sono considerazioni senza respiro, prive di punti e virgole, un fiume dal ritmo costante e potente che travolgerebbe il senso del mio star seduta su questo scoglio piatto davanti al mare.
Provo pena per me e per questi momenti di precaria tregua. Provo pena per chi si destreggia nella vita con ineducazione e per gli inutili sperperi di tempo.
Nutro un adeguato misto di biasimo e spazientimento che mi trovo inadeguata a gestire.
Ho voglia di cose semplici. Cose semplici che mi facciano dormire di notte. E voglio avere dubbi, ma voglio che la fiducia li sedi.
E poi visitare Granada e camminare tutto il giorno, per giorni, lungo le sue stradine su cui s’affacciano ampie finestre arabe.
E, ancora, iniziare a raccontare la verità su quelle cose innocue che provocano vergogna di me stessa ma mi mostrerebbero squisitamente fallibile. L’ovvio non pare ovvio, pare.
Il sole sta per collidere con l’acqua, lontano. Ho scarabocchiato file di cubi sul foglio. File orizzontali e verticali, a intersecarsi, severe.
La coppia di quasi maggiorenni se ne è andata. Ora tocca a me prima che salga la nebbia dalla pianura umida. Saluto la panchina con un’occhiata e vado.

25 commenti

Trackback e pingback

Non ci sono trackback e pingback dispinibili per questo articolo

Lascia un Commento