(questo post non ha titolo)

A questo mio vivere le cose non so se possa esserci una fine o una moltiplicazione di nuovi inizi circolari. C’è questo senso sostanziale di perdita che mi abita e mi struttura, che riecheggia tra le pareti del pozzo dell’anima.
Perdita di cosa, poi? Del tanto poco che ho? Della memoria del momento esatto in cui avevo davanti un numero indefinito ma elevato di futuri possibili a partire da quell’esatto istante?
Come quando decisi, serissima, di abbandonare l’unica cosa che non ho portato a compimento e che mi ha precluso di traguardare moltissime altre volte. Quasi tutte.
Che ne sapevo io che da quell’istante si sarebbe allungata un’ombra, sottile e costante?
Che ne sapevo che un lampadario in quella camera non avrei avuto il tempo di sceglierlo?
Mi sorprende che a qualcuno freghi qualcosa delle annotazioni a matita su carta sottile che saltano fuori dal cilindro lasciando il tempo che trovano nella lettura. E poi, puff.
Mi sorprende di pagarlo, questo qualcuno.
Rientro pacificamente nel mio silenzio senza aspettare chi mi parli per consolare, ammonire, consigliare.

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