(questo post non ha titolo)

Potevo farmi mancare un ricovero in pronto soccorso alle soglie delle feste?
Che domande. Ovvio che no.
Così mi sono ritrovata venerdì pomeriggio nello studio medico dove riceve la mia analista, sul lettino. Ma non della mia analista. Del cardiologo, l’unico medico disponibile in grado di decidere se fosse il caso di chiamare l’ambulanza.
Era il caso?
Che domande. Ovvio che sì.
Io piangevo per il dolore, la vergogna, l’esigenza di respirare con metodo per riuscirci, l’angoscia di dover telefonare a mia madre dicendole mamma, no, non ho trovato i guanti di pelle per papà però in compenso ho accanto un novantenne pelle ed ossa, intubato, che sta più di là che di qua. Sì, giuro, non ti preoccupare sono solo al pronto soccorso. Ho una flebo di fisiologica shakerata con ranidil e limican in vena, ho rifiutato un’eco addominale ma è tutto sotto controllo.
Balle. E’ che a forza di somatizzare poi le patologie ti fagocitano e non hai più modo di tamponare, cerchi tu lo spiraglio da cui scappare dal tuo corpo.
C’è?
Che domande. Ovvio che no.
Sei tu e i tuoi fasci di nervi tesi ed il tuo cervello che ti dice che non puoi stare così male sotto le feste di Natale, che hai la Spagna che ti aspetta, cazzo, e i regali da consegnare e l’agenda duemilaotto da comprare e qualche vaffanculo da espettorare. E invece sei su questa barella bianca, dentro una stanza dalle pareti bianche a fissare un neon bianco che ti fora la retina ma hai paura di chiudere gli occhi e così lo fissi.
C’è tua madre che arriverà in pronto soccorso più bisognosa di una barella più di quanto ne abbia tu, forse. C’è che pensi che non dovevi nemmeno chiamarla perchè è apprensiva, ansiosa e pessimista. Ma poi a casa come tornavi che la macchina è nel parcheggio a pagamento in centro e dovrai pagare pure dieci euro di sosta, se riesci ad uscire di qui con le tue gambe e prima che chiuda, quello schifo di parcheggio.
C’è che sei stanca e gli spifferi del pronto soccorso sono lame che ti si piantano nel collo, così prendi la sciarpa e te la giri intorno al collo con una mano sola ché l’altra c’ha l’ago in vena e brucia pure. Voglio il mio gatto.
Niente paura, nessuna apprensione, solo stanchezza. Ma vigile.
Insomma, stavo lì a fissare quell’odioso neon e mi chiedevo se fosse ancora possibile uscire dai limiti della mia vita.
E’ possibile?
Che domande. Ovvio che.

[Ad ogni buon conto: mia madre è arrivata al pronto soccorso con insospettata/insospettabile prontezza e forza d’animo, la macchina è stata recuperata pagando nove euro e trenta, l’impegnativa per un paio di esami approfonditi è sul comodino. Io, manco a dirlo, sono in piedi.]

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