(questo post non ha titolo)

Siviglia è tutta aranci e buganvillee e carrozze e campane.
L’aria è tiepida ed un cielo quasi costantemente azzurro ti scivola sopra la testa.
Ho scoperto che gli andalusi mi stanno molto meno simpatici dei madrileni – e ancor meno simpatico mi sta il loro parlare stretto, contratto, fintamente musicale-
Ho scattato cento fotografie tonde tonde e mi sono sembrate ancora poche. Camminato tanto, fino al punto di incerottarmi le dita dei piedi. Ammirato, soprattutto.
Mi sono quasi commossa nelle stanze dell’Alcazar in cui Carlo V sposò Isabella Aviz, ho smarrito il senso del tempo e della fatica in Plaza de Espana, mangiato la prima paella al nero di seppia della mia vita. Radiosa. Seguito le sponde del Guadalquivir e percorso quasi tutte le strade del quartiere popolare di Triana. Visto e poco apprezzato uno spettacolo di flamenco, cercato la Giralda come punto di riferimento a tutte le ore del giorno e della notte.
E tante altre cose che con Siviglia c’entrano poco. Effe mi ha fatto notare che sono capace di scansare i calci dei pensieri fastidiosi davanti alla bellezza. Che mi decentro e guardo le cose con occhi pittorici e prospettive singolari. Mai frontalmente. C’ha ragione.
Riguardo l’archivio delle foto per decidere quali caricare su Flickr e mi rendo conto che quasi nessuna è una vista frontale. Ho pensato molto a questa cosa, dopo, e da questa considerazione ne sono nate tante altre su tanti altri piani. Sempre pertinenti.
Insomma, Siviglia mi ha fatto bene. Raggiungere di tanto in tanto una destinazione mi distrae dal sentirmi sempre ad un crocevia.

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