(questo post non ha titolo)

Insomma.
C’è questo tempo da Scozia novembrina, con la foschia che sfuma l’orizzonte e l’umidità che bagna l’asfalto e le cose.
C’è anche questo brancicare nel labirinto dei pensieri con famigliare attitudine.
E c’è perfino il mantra imparato quasi a memoria, perchè le cose belle -e utili- devono essere sempre a portata di mano, citate con precisione, come le poesie studiate a scuola.
Ricordo ancora adesso quella portata all’esame di quinta elementare. Ventidue anni fa. Ero vestita d’azzurro e bianco, portavo il cerchietto in testa e snocciolai spedita e sicura Il più bel riso di Ardo Mottini.
Ardo Mottini, mai più sentito nominare o letto in alcun libro di testo; e di testi ne ho letti un po’.
Sta lì fatto che sono qui davanti al pc, gonna, stivali, lupetto nera e chanel di perle ed onice e mi rendo conto di saper recitare a memoria quella stessa poesia, dopo ventidue anni.
Il più bel riso l’ho veduto ieri / sbocciar raggiante sul visetto sporco / d’un monelluccio figlio di randagi, / con la camicia fuor dei calzoncini, / con una calza a strappi e un piede nudo. / Nel traversar la strada irta di ghiaia / il piccolo cascò. Si rialzò. / Si rimise nel piede la ciabatta. / Si guardò le manine un po’ sbucciate. / Si guardò intorno… e vide solo me. / E, per farmi capir ch’era gagliardo / mi rise in faccia un riso così bello, / così pieno di coraggio e d’innocenza, / che quel riso divino si confuse / con l’oro del tramonto e il blu del mare.
E’ proprio una poesia da quinta elementare. Ma mi emoziona come quando risento la sigla dei Barbapapà o La tartaruga di Bruno Lauzi.
Magari tra vent’anni mi verranno i brividi citando il mio personalissimo mantra, chissà.
Insomma. C’è questo tempo da Scozia novembrina e la foschia e il labirinto delle mie elocubrazioni.
Ma io ieri sera ho trascorso ottanta minuti al telefono con Bulucettina e poi quasi la metà con Bolilla. E ho riso, e mi sono presa in giro. Ho raccontato il mio pomeriggio grottesco e mi sono sentita sciocca e insicura. Ma ho percepito la premura e l’empatia; nessuna riprovazione.
Mi sono sentita accarezzare lungo gli spigoli fino al punto di sentirmi smussata, quasi morbida.
Accade così quando ci si dimentica di giostrare le parole per minimizzare o dissimulare, credo.
E di nuovo tante risate.
Perchè quando racconto di me sembro un fumetto, io che i fumetti non li ho mai letti.
Per questo -e per poco altro- oggi è un bel giorno.

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