(questo post non ha titolo)

Una volta al mese si dovrebbero trascorrere fine settimana come quello appena passato. Dovrebbe essere un diritto naturale e imprescindibile.
Fare le cose e subito dopo dimenticarsene. Entrare in libreria, spendere una cifra impertinente, tornare a casa ed accorgersi che un paio di titoli sono libri che dopo cinquanta pagine ti scappa da ridere. Fregarsene e passarli ad Effe.
Andare al cinema e scegliere un film frivolo e ridere la metà delle volte di chi ti siede dietro e davanti. Provare a considerare Bianco e nero una storia su cui riflettere e rendersi conto che non c’è nulla su cui riflettere: sono le cose, come vanno, come funzionano. L’imponderabile trasformato in cliché, ma va bene così.
E poi entrare in quel negozio un po’ fuori portata e compiacersi di indossare il vestito che volevi proprio come lo volevi indossare e comprarlo ad un prezzo che non ti fa venir voglia di lasciarlo appeso alla gruccia.
Farsi offrire un aperitivo nel bar all’angolo, quello dove trovi sempre la coppetta piena di gamberetti ed avocado e declinare un invito a cena un po’ troppo all’ultimo minuto. Ché poi si complica la situazione e il fine settimana perde questo sapore lieve e indipendente. Fare un sorriso e una promessa dopo il secondo bicchiere di bianco (bianco!!!) e poi uscire sotto la pioggia, zigzagando sul porfido, borse alla mano e capelli bagnati.
Per una nostalgìa istantanea perdi il sorriso, un momento, durante la manovra che ti porta in garage. E’ fisiologica, pensi. Tu funzioni così.
Ma a volte riesci a luccicare.

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