Del vergognarsi un po’

Guido da oltre due ore.
Il rientro di Pasquetta è un delirio annunciato ma la montagna è valsa anche la coda interminabile lungo i tornanti.
Sono stanca e sto portando a casa Effe che ha il collo ciondoloni, assopita accanto a me.
Ho le guance arrossate dal vento e le labbra screpolate. Sette chilometri su fino al Grand Puy mi hanno sfiancato ma sono serenamente svuotata da ogni energia nervosa.
Al semaforo spengo la radio. Guardo la città ancora spopolata, attorno, e soffermo lo sguardo sul muro tappezzato di epigrafi, a lato.
Il padre di Chance è morto. E’ cristianamente mancato all’affetto dei suoi cari il giorno che ero dalla parrucchiera e ho avuto un attacco di pànico mentre lasciavo passare il tempo di posa delle méches.
Sull’epigrafe leggo il nome di Chance, di sua madre, non quello di colei che credevo ormai sua moglie. Quanto sono meschina a compiacermi più della mancanza di quel nome che non a dispiacermi per il lutto di Chance. Lui così legato al padre, così protettivo nei suoi confronti, sempre teso a risparmiargli i ritagli di vita che l’avrebbero confuso, deluso.
Un affetto tenero e falso. Ed io a giudicarlo davanti al necrologio.
Alla fine sono preda di brutture comuni a molti, mi dico. Specialmente nei riguardi chi ho amato.
Ingrano la prima e porto Effe a casa.

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