Cris-tallizzarsi

Mi sveglio che è tutto grigio. Il cielo, l’asfalto, i prati, le fronde degli alberi.
La pioggia ha rubato tutti i colori ed il vento se li è portati via. Ci sono 13 gradi.
Preparo un caffè nella moka da tre, mangio due biscotti e mi vesto. Faccio tutto quello che devo fare, arrivando puntuale e sopportando l’odioso odore dell’ambulatorio. Poi torno a casa.
In montagna è prevista l’Apocalisse: niente passeggiate per me, niente letture seduta sull’erba, niente crema solare sul naso. A questo punto, niente montagna? Lo deciderò domani mattina.
Sono talmente insonorizzata che perfino i pensieri mi passano accanto come mansueti cani al guinzaglio e poi scivolano via.
Ci si barrica e si cercano gli strumenti per sedare l’incedere di una crisi, facendo violenza a se stessi per cautelarsi da un dolore passeggero. Dicono funzioni così.
Quando ero piccola e stavo giù mi mettevo a cantare La tartaruga di Lauzi -devo averlo già detto, sono ripetitiva-. Portavo le ballerine azzurre ed i capelli alla maschietto… C’era qualcosa di stonato già allora, in me. Comunque, cantavo La tartaruga e mi passava tutto.
Questa mattina mi ritrovo ad intonarla ancora, senza esitazioni, a memoria.
Magari funziona.

[a gentile richiesta – per chi è nato dopo l’80]

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