Era il duemilasei

Sono quasi due anni che non parlo con Golem.
E’ dipeso da me, perchè alla fine io resto la solita intransigente assolutista del cazzo.
La vita che si fa, l’evoluzione dell’essere senza meta con meno senso del dramma mi hanno portato a riconsiderare l’importanza che Golem ha avuto nella mia vita.
Questa mattina, poi, mi sono svegliata bruscamente ed ho ricordato il sogno che ho fatto questa notte. Sembrava il duemilasei. Era il duemilasei e c’era lui e c’ero io e, a dividere come ad avvicinare, i nostri discorsi, le nostre discussioni.
Solo che nel sogno lui non stava bene. Insomma, mi sono svegliata e gli ho scritto un sms, inviandolo ad un numero di telefono che probabilmente nemmeno più utilizza.
Una sciocca premura, un gesto dettato da un sentimento indeciso come una promessa di rigenerazione.
Io e Golem ci siamo conosciuti per caso e per caso abbiamo iniziato a chiacchierare. In un momento di difficile disincanto per entrambi ci siamo avvicinati e compresi poco a poco, parlando.
E abbiamo parlato tanto prima di vederci. Mesi, stagioni: temporeggiando, silenziando legittime difese, incastrando con perizia i miei vuoti nei suoi pieni.
Lui dalla vita voleva ed aveva sempre ottenuto tutto, io tutto quello che avevo ed ho ero me stessa.
Nessun punto in comune nelle nostre esistenze, nessuna assonanza, nessun legame se non il desiderio di confronto, un po’ di curiosità e affetto -o qualcosa che gli somigliava davvero tanto-
Ci vediamo un sabato di aprile, ricordo ancora come ero vestita, ricordo dove ho parcheggiato e i passi contati uno ad uno fino al portone di casa sua.
Ricordo la sua dolcevita nera e la sua altezza imperiosa, ricordo di aver pensato tanto vale togliermi i sandali ché accanto a lui resto comunque minuscola.
Mangiamo tortillas con salsa per aperitivo e alla cena nemmeno arriviamo.
Ricordo di essermi sentita felice ma smarrita, di aver ascoltato e riconosciuto con le mani, palmo contro palmo, di aver integrato con odori e gesti e sguardi le parole, più familiari. Ricordo di avergli chiesto più volte di parlare perchè la sua voce mi ancorasse al momento e mi confortasse.
E ho nitida nella mente l’immagine di lui sulla moto che m’accompagna fino alla tangenziale, di me che guido e del libro di Altieri sul sedile passeggero –per chi combatte e vince
Dopo, tutta salita. Faticosa, aspra. Io, la solita intransigente assolutista del cazzo. Lui, l’individualista incapace di concedere certezze.
Ho ancora il regalo che gli ho comprato in Tunisia e che non si è venuto a prendere.
Lui, forse, intravede ancora il riverbero di qualche mia parola o sguardo.
Resta che io stanotte ho sognato che non stava bene e vorrei tanto sapere che così non è.
Nonostante si abbia disimparato a cercarsi.

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