Ego-riferimenti

Io che, se devono essere sassi, un intero ciottolato.
Io che una tangenza non è abbastanza, è niente. Io con la mia gonna di seta arabescata e i sandali a sfidare inutilmente le nuvole scure.
Io che cammino sotto la pioggia per liberarmi dall’odore dei lilium e resto sotto il gazebo a respirare, arenata. Io che non dico, asserisco, perchè faccio così quando conosco a menadito la materia di cui si parla: me. Io che no, ti sbagli, non sono aggressiva, non sono delusa, non sono niente. Non sento niente, non vedo niente ma sorrido e sorrido comunque, con il mio sasso in mano.
Io che mi entusiasmo solo davanti al carrè d’agnello disossato con composta di cipolle, che mi distraggo mentalmente dall’idea di incongruenza, che nemmeno finisco il dolce.
Io che nella mia pienezza non riesco e non voglio compensare lo sbandamento altrui di fronte ad una voragine, io che non so gestire l’ingestibile, che raggiungo una pace minerale quando decido che è inutile perfino sorridere.
Io che no, non ha colpa nessuno, forse le aspettative, ecco, forse è colpa loro. Però basta con l’analisi comparata delle reazioni, basta con lo sguardo ancorato oltre il parabrezza, basta mulinare contro il disincanto. Io che fammi chiudere gli occhi e lasciami ascoltare Even better than the real thing e scivolare nel colore incolore del silenzio.
Io che tengo il mio sasso in mano e ho voglia di struccarmi e guardo l’orologio ed è l’una ma mi sembra l’alba per la fatica che ho fatto ad arrivare fin qui, davanti al cancello di casa, con il mio mazzo di lilium e girasoli in mano.
Io che sono risucchiata dal sonno come un bibita sgasata, buttata sul letto in una posizione scomposta.
Io che adesso punto e a capo.

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