Dell’essere -apparentemente- spiaggiati

Scrivo poco e penso tanto.
Questo agosto in città mi sta regalando impreviste suggestioni, dense come gocciolature di colore su una tela. Nella penombra delle persiane socchiuse mi lascio sedurre dalla loro forza e mi godo ogni pennellata.
E’ la conferma che qualcosa rumoreggia ancora, in fondo, e scalpita e strepita costretta dalle briglie della ragione.
Perchè vivo istanti infinitesimali in cui accarezzo di striscio e con affanno l’idea di stringere forte una mano fino a sbiancare le nocche.
Perchè sento scalare la schiena da brividi cui non oppongo resistenza, che appannano la capacità di distanziarmi dal rischio.
Non vivo da molto l’allineamento tra ciò che sento e ciò di cui credo di essere capace.
Light mi bacchetta, sgrida il mio accartocciarmi sul pensiero, il mio desistere se un dettaglio stona.
Io le dico che ha ragione ma resto lì, in limine, senza imprimere tracce, senza alzare la voce.
Cinque anni stesa al sole. Cinque anni di stupefatta prospettiva minerale.
E sarebbe quasi ora di basta.

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