Che anno è

Avevo una casa, tempo fa.
Avevo una casa che non mi piaceva e che amavo tanto.
Avevo cucito le tende di ogni stanza, mi ero abituata alla vasca da bagno, mi piacevano le scale che separavano i sessanta metri quadri in due piani.
Ogni tanto la sogno ancora. Innaffio i gerani sui davanzali, saluto con la mano la vicina, una pensionata dai capelli bianchissimi, cucino il pollo al limone e faccio gli gnocchi a mano, ascoltando canzoni sciocche alla radio -la farina fin sui gomiti-.
Settembre è un mese difficile per me. Si susseguono date, ricorrenze, emozioni squassanti cui non posso fare a meno di sottomettermi.
Penso che non fossi consapevole di ciò che ero, nella mia casa, ne’ di ciò che significava essere lì; forse è per questo che mi sono distratta e poi immolata sull’altare dello scontento.
Poi mi chiedo dove è finita quella casa, in quali presenze si è rinnovata, se le pareti sono ancora bianche ed i gerani sono stati ancora scelti per riempire le bocche vuote delle finestre.
Ascoltavo l’altro giorno I giardini di marzo e mi sono detta, piano, che la parola su cui fa perno la mia vita degli ultimi anni è coraggio.
Il coraggio che ancora non c’è.

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