The loneliness game

Ho trascorso un fine settimana in casa e devo ammettere di non aver fatto la scelta più felice del mondo.
Certe cose non sedimentano nel silenzio e nella ricerca della tranquillità. Tornano a galla, come i braccioli che da piccola mi toglievo dalle braccia e infilavo alle caviglie, sperando che tutti credessero che sapessi nuotare senza. Facevo molta più fatica non solo a nuotare ma anche a stare a galla.
Così è stato il mio tempo nelle ultime ore: faticoso.
Ho persino provato a rassodare l’umore cantando ad alta voce The name game di Shirley Allis. Roba vetusta ma divertente. Il gatto mi guardava storto mentre mi s’attorcigliava la lingua in bocca e zompettavo per la stanza, scalza. Light, invece, rideva al solo immaginarmi.
A volte credo che la mia forza -o presunta tale- risieda proprio lì: nella solitudine che tento di farmi sciocca alleata quando inizio a vederla come potenziale nemica.
Potevo scegliere un abito ed un barbaglio d’ombretto viola e uscire. Potevo andare a Parma, alla mostra del Correggio e poi cenare da Corrieri e invece no.
Quanto sono stupida, mi sveglio e mi ritrovo che è lunedì per il terzo giorno consecutivo.

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